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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

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Imparare Javascript giocando: arriva Grasshopper

Posted by on Mag 23, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Imparare Javascript giocando: arriva Grasshopper

Al giorno d’oggi sembra diventata una conditio sine qua non la necessità di conoscere i linguaggi di programmazione. In assoluto, queste nozioni sono necessarie per chi si vuole costruire un futuro professionale e desidera avere maggiori possibilità di trovare un impiego. I programmatori, in particolar modo di app per smartphone o di data engineering, sono sempre più ricercati dalle aziende, ma per il momento la domanda sembra essere di gran lunga superiore all’offerta. Ecco perché si stanno moltiplicando i corsi di formazione superiori, e perché anche nella scuola dell’obbligo inizia ad apparire come insegnamento la programmazione informatica. Diciamo però che, più in generale, in un mondo che sta andando verso un’informatizzazione sempre più spinta, e dove presto, con tutta probabilità, ci dovremo confrontare con le intelligenze artificiali praticamente in ogni ambito della nostra quotidianità, avere quanto meno un’infarinatura sui più comuni linguaggi di programmazione e poterli capire almeno un pochino potrebbe rappresentare un vantaggio un po’ per tutti. Probabilmente questo è quello che devono aver pensato gli ingegneri di Google, che vengono stimolati dall’azienda a partorire nuove idee grazie al progetto Area 120. Area 120 potrebbe essere definito un “incubatore di idee”: i dipendenti del colosso di Mountain View vengono stimolati a concepire idee nuove e originali che possono avere riscontro sul mercato, ed è esattamente quello che è accaduto con “Grasshopper”. Nel mese di aprile 2018 è apparsa nel Google Play Store una nuova applicazione che si chiama “Grasshopper”, e che è disponibile anche per dispositivi iOS tramite iTunes. L’idea che sta dietro a Grasshopper è quella di creare un’applicazione in tutto e per tutto simile a molte che già esistono e che hanno lo scopo di far imparare una lingua straniera in modo facile e divertente, usando anche i ritagli di tempo. Grasshopper però non insegna una lingua straniera, ma un linguaggio di programmazione tra i più diffusi e usati nel web, vale a dire Javascript. La cosa interessante è che l’app è pensata proprio come un gioco, quindi può essere usata da adulti e bambini con la stessa facilità. Si può inoltre usare anche per pochi minuti al giorno poiché è strutturata in vari livelli di difficoltà che, presi singolarmente, si esauriscono in poco tempo. Si comincia con le basi, quindi con i concetti più elementari che regolano i linguaggi di programmazione. Pian piano vengono proposti test ed esercizi sempre più complessi. Chi vuole può anche impostare i promemoria, che suggeriscono dei “ripassini” per non dimenticare quanto è già stato appreso. Il curioso nome dell’app è un omaggio a Grace Murray Hopper, un’informatica che sviluppò il linguaggio Cobol, ma ha anche un doppio senso, poiché “grasshopper”, in lingua inglese, vuol dire “cavalletta”. L’unico scoglio che si potrebbe incontrare nell’uso dell’app è che è completamente in lingua inglese, la quale però è indispensabile per chi pensi di formarsi una carriera nell’ambito della programmazione. Bisogna anche specificare che Grasshopper non è altro che un gioco, che quindi può dare alcuni rudimenti in modo facile e fruibile ma non consente di approfondire la conoscenza di Javascript: a questo scopo esistono dei corsi di formazione avanzati suggeriti dalla stessa Google. Se però ci si vuole cimentare con l’affascinante mondo dell’informatica, usando solo qualche minuto al giorno e il proprio smartphone, basta andare sullo store del proprio sistema operativo, scaricare l’app, che è gratuita, e cominciare ad esercitarsi con Grasshopper.

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Joomla! o WordPress?

Posted by on Mag 23, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Joomla! o WordPress?

Ti potrebbe capitare di avere bisogno di creare un sito web per diversi motivi. Magari hai un’attività commerciale a cui vuoi dare una vetrina web per attirare più clienti, oppure vuoi proprio aprire uno shop on line. Forse sei un libero professionista e desideri spiegare al pubblico cosa fai attraverso un website, o sei un’azienda che ha bisogno di entrare a far parte del mondo digitale. Quale che sia il motivo per il quale potresti sentire la necessità di creare un tuo sito web, l’opzione più comune che viene attualmente adottata per farlo è usare un CMS (Content Mangement System). Un tempo ti saresti dovuto rivolgere ad un programmatore che avesse approfondite conoscenze di linguaggi di programmazione, cosa che invece magari tu non hai e quindi non sapresti da che parte cominciare per “scrivere” un sito web. I CMS aggirano il problema della conoscenza dei linguaggi di programmazione consentendo, di fatto, davvero a chiunque di creare il suo sito da solo, perché le conoscenze tecniche che devi avere per usare un CMS sono davvero basilari. Basta infatti avere un minimo di dimestichezza con i più comuni software di gestione. Veniamo ora alla domanda successiva: qual è il CMS che potresti usare per creare la tua pagina in internet? La prima risposta che sicuramente ti sentirai dare è: WordPress! Avrai di certo già sentito questo nome, o lo avrai visto scritto in alcuni dei siti sui quali navighi di solito. In effetti, su base numerica, di certo WordPress è il CMS più diffuso che ci sia al momento. Naturalmente, ciò non vuol dire che sia anche “il migliore”. Il principale “concorrente” di WordPress si chiama Joomla! In realtà non ci sono molti fattori che ti potrebbero fare preferire l’uno all’altro: i punti di somiglianza tra i due sistemi sono molto più numerosi delle differenze. Vediamo quali sono. Entrambe sono gratuiti: ti basta andare sulla pagina del progetto per scaricare l’intero pacchetto di installazione. Entrambe hanno alle spalle una nutritissima comunità di utilizzatori, sempre pronti ad aiutarti qualora tu incontri un problema o abbia un quesito da porre per svolgere un determinato compito sul tuo sito. Tutti e due sono facili ed intuitivi da usare, e ti permettono di personalizzare al massimo il tuo sito senza che tu debba conoscere nemmeno una virgola dei linguaggi di programmazione. Passiamo ora a spiegare più nel dettaglio come funziona Joomla! Per usarlo, ovviamente, hai la necessità di acquistare un dominio e un hosting, ovvero lo spazio web su cui verrà ospitato il tuo sito. Qui hai due opzioni: o acquisti uno spazio “vuoto” su cui dovrai installare in autonomia Joomla!, oppure puoi comprare un hosting già predisposto per questo CMS. Se sceglie questa seconda opzione avrai la vita molto più semplice: infatti ti basterà usare il programma preinstallato e potrai cominciare fin da subito a lavorare sul tuo sito. Se vuoi installarlo da solo dovrai solo seguire qualche passaggio in più: niente di troppo complicato, comunque. Poi ti troverai di fronte la bacheca di amministrazione da cui potrai scegliere il nome del sito e altre specifiche, e infine potrai cominciare a costruire il tuo website. Puoi scegliere tra tanti template diversi, alcuni gratuiti e altri a pagamento, e tra numerosi plug in che ti consentono di inserire moduli di ogni genere sul tuo sito. Alcuni aspetti di Joomla! sono forse leggermente più complicati che in WordPress, ma in compenso è un sistema molto versatile e potente che ti consente di fare praticamente tutto quello che desideri. Prendilo in considerazione, se devi realizzare il tuo sito web!

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5 motivi per cui WordPress è una scelta rischiosa per un’attività commerciale

Posted by on Apr 24, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su 5 motivi per cui WordPress è una scelta rischiosa per un’attività commerciale

WordPress è uno dei CMS più popolari e diffusi tra coloro i quali vogliono realizzare in autonomia il proprio sito web ma non hanno conoscenze evolute nell’ambito dei linguaggi di programmazione. Infatti con WordPress si può creare senza difficoltà particolari un blog, e si può anche realizzare un sito aziendale attraverso l’utilizzo dei cosiddetti “plug-in”. In questo sistema si possono trovare centinaia di migliaia di temi diversi per personalizzare al massimo il proprio lavoro, pur usando uno schema predefinito e, per questo, molto semplice e intuitivo. Secondo le più recenti statistiche, almeno un buon 30% di tutti i siti attualmente presenti in rete usano WordPress come sistema di creazione. Per prima cosa, però, bisogna fare una distinzione tra WordPress.org e WordPress.com. Il primo è il sito da cui si può scaricare il software da installare sul proprio dominio e dal quale partire per la sua creazione; il secondo invece è un servizio di web hosting che offre già dei template e dei temi predefiniti. Insomma, a tutti gli effetti WordPress sembra la scelta migliore per chi voglia costruire il proprio sito con una spesa contenuta e con un sistema molto flessibile e personalizzabile. Ma è davvero così? In realtà, WordPress non è la scelta migliore davvero per tutti: una categoria che dovrebbe pensarci due volte prima di adottarlo per creare il proprio sito web è quella delle aziende. Ci sono 5 motivi per cui usare WordPress per un’azienda potrebbe non essere una buona idea. Per prima cosa, ci si deve ricordare sempre che WordPress nasce come CMS per la creazione di blog: in questo senso è davvero eccezionale. Lo è un po’ meno quando si vuole creare un sito web dinamico, che miri a stimolare l’interazione con i propri clienti offrendo dei servizi. Il secondo punto riguarda soprattutto chi usa WordPress.com. Questo sistema di web hosting propone una serie di schemi predefiniti scritti in linguaggio Php che viene convertito in Html a seconda delle esigenze del cliente. Questo processo potrebbe però causare qualche rallentamento, specie nei momenti di maggior traffico web. Anche usando WordPress.org, quindi caricando il CMS sul proprio spazio web, si hanno comunque possibili problemi di rallentamenti nel caricamento delle pagine, per quanto meno sensibili. Ciò potrebbe essere un grave danno per un’attività commerciale: le statistiche dimostrano che le persone abbandonano un sito se devono aspettare troppo a lungo per il caricamento di un elemento (e parliamo comunque di pochi secondi). Inoltre, anche Google penalizza nel posizionamento i siti considerati troppo “lenti”. Il terzo punto da considerare è la necessità di usare i plug in. Ci sono moltissime operazioni che WordPress, di per sé, non compie, e di cui si potrebbe avere bisogno per un sito aziendale. Usando i plug in si hanno moltissime opzioni, ma si appesantisce enormemente il sito con il suo conseguente rallentamento. Inoltre, si apre una corsia preferenziale per l’ingresso di malware. Un altro punto da considerare nell’uso di WordPress è proprio il possibile attacco da parte di hacker. Il sistema, essendo molto diffuso, ed essendo il suo codice di pubblico dominio, è ben noto anche ai malintenzionati che infatti hanno a più riprese attaccato siti costruiti in WordPress. Ci sono numerosi casi, anche recenti, che dimostrano la vulnerabilità di questo CMS. Da ultimo, WordPress non supporta funzionalità di analisi del traffico e dei dati, che invece sono di fondamentale importanza per chi gestisce un business. Quindi, se si vuole aprire un sito per un’attività commerciale, sarebbe opportuno usare altri sistemi diversi da WordPress.

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Quanto è lontana la supremazia quantistica

Posted by on Apr 24, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Quanto è lontana la supremazia quantistica

Al giorno d’oggi noi usiamo dei personal computer che si basano su linguaggi di programmazione che sfruttano il sistema binario il quale, opportunamente combinato, permette di scrivere sequenze in grado di compiere le azioni più disparate. Anche se già questo è un enorme traguardo raggiunto dall’umanità, e anche se negli ultimi decenni i passi in avanti che sono stati fatti nell’uso del personal computer sono davvero incredibili, la comunità scientifica non resta a guardare e cerca di andare ancora oltre. Il prossimo passo che si sta cercando di compiere riguarda il superamento stesso del concetto di classico personal computer per dare vita ad una nuova macchina che già, in nuce, esiste, ma che deve essere perfezionata affinché possa diventare davvero di supporto all’umanità: si tratta del computer quantico. Il computer quantico sfrutta alcuni principi basilari della fisica quantistica, secondo la quale le parti più piccole della materia possono essere influenzate. Tali particelle hanno una prerogativa pressoché unica: ovvero possono esistere contemporaneamente in due diverse condizioni. Questo è un po’ ciò che accade con la corrente elettrica, che in alcuni momenti può girare nello stesso momento in senso orario e in senso antiorario. Mentre i computer tradizionali utilizzano i bit, i qubit che sono le unità di memoria del computer quantico possono sovrapporre le due componenti di un rapporto binario, l’1 e lo 0, e questo permette di trovare la soluzione anche a problemi molto complessi, che un normale computer non sarebbe in grado di risolvere, o quantomeno di farlo molto più rapidamente. Se tutto questo può suonare un po’ come fantascienza, si deve invece sapere che tutti i principali attori del panorama informatico ci stanno già lavorando sopra e che i computer quantici, di fatto, esistono già. Ci sono progetti in merito da parte di colossi come Google, ma anche di piccole start up come Rigetti Computing, IonQ e Quantum Circuits. Chi però ha compiuto i progressi più sensibili è la IBM, che ha creato una macchina che sfrutta il comportamento dei materiali superconduttori, i quali danno vita a due stati di energia elettromagnetica che generano i qubit. Questo sistema escogitato da IBM ha permesso di creare una macchina che si controlla facilmente con un computer tradizionale, che è molto stabile e che promette ottime prestazioni. Mentre la ricerca va avanti, così, ci avviciniamo al punto in cui si verificherà quella che gli scienziati definiscono “supremazia quantistica”, vale a dire il momento in cui il computer quantico soppianterà quelli binari che usiamo oggi. Ma è davvero così? Anche se l’evoluzione della teoria quantistica applicata alle macchine computazionali è notevole, non si può dire che si sia vicini alla creazione di uno strumento che possa trovare davvero largo impiego. Il punto più caldo sembrano essere i linguaggi di programmazione: saranno necessarie diverse generazioni prima che si possano mettere a punto linguaggi atti a programmare un computer quantico. Questo perché i linguaggi attualmente esistenti funzionano su un presupposto completamente diverso. Sarà necessario ribaltare il punto di vista, adottare nuovi occhi, al fine di comunicare direttamente con il computer quantico. In questo saranno sicuramente avvantaggiate le generazioni future: ed è per questo che IBM ha messo in rete, all’interno del cloud, un computer quantico che tutti gli utenti possono utilizzare, al fine di cominciare ad esplorarne la “mente”. Verosimilmente ci vorranno ancora molti anni prima che la supremazia quantistica diventi una realtà.

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Il coding per bambini

Posted by on Mar 26, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il coding per bambini

Ormai non è più solo l’ipotesi di un futuro avveniristico descritto nei libri di fantascienza ma realtà: il coding verrà insegnato già nelle scuole primarie. D’altro canto questa nuova “materia” non deve stupire più di tanto: i bambini di oggi, molto più di noi, si muoveranno in un mondo governato dai computer e dalle loro intelligenze elettroniche. Capire come funzionano e saper “dialogare” con loro sarà dunque di fondamentale importanza per creare un mondo armonico e ben organizzato. Però sono molti quelli che non vedono di buon occhio l’idea che ai bambini vengano insegnati i linguaggi di programmazione fin dalla più tenera età: si teme una sorta di condizionamento mentale, come se in futuro il bambino che oggi viene educato all’informatica debba necessariamente diventare un ingegnere o un programmatore. È ovvio che le cose stanno ben diversamente: il coding deve essere, così come è nelle intenzioni del MIUR che nel 2014 ha inaugurato il progetto “Programmare il futuro” per introdurre la programmazione informatica nei piani scolastici, solo una materia tra le altre. Il piccolo, da grande, potrà seguire la sua inclinazione e diventare quello che vuole, un pasticcere, un maestro, un dirigente di banca… o un programmatore. Conoscere il coding, però, lo aiuterà non solo a padroneggiare in modo più consapevole e adulto il mondo dei computer, con il quale dovrà pur sempre interagire, ma potrà anche fornirgli un valido insegnamento di tipo “filosofico”. I linguaggi di programmazione sono infatti un modo di pensare del tutto inedito per la mente umana, ma molto utile: insegnano infatti a scomporre un problema complesso in blocchi più piccoli, in modo tale da analizzare una problematica in ogni suo aspetto, semplificandola e trovando infine con facilità la soluzione. Se un’altra obiezione che si può muovere è la difficoltà di insegnare una realtà tanto strutturata ad un bambino piccolo, la verità è che le giovani menti sono decisamente malleabili e che i concetti del coding possono penetrare come un gioco, o attraverso un gioco. Già esistono tanti strumenti, anche on line, per cominciare ad impartire i rudimenti dei linguaggi di programmazione ai bambini, in particolar modo di JavaScript, che è uno dei più semplice dei più usati. Ci sono poi accademie che hanno creato dei corsi per i più piccoli, o anche libri che servono a far avvicinare il bimbo al mondo dei computer. Quello più efficace e di gran lunga il più famoso si intitola “Hello Ruby. Avventure nel mondo del coding” ed è stato scritto da Linda Liukas; si rivolge a ragazzi dai 7 anni in su e serve a far prendere familiarità con alcuni concetti base del coding attraverso un’avventura fantastica e divertente. Un altro mezzo che sembra molto efficace per far avvicinare i più giovani all’informatica è il famoso gioco della Mojang Minecraft: pare infatti che siano ben 85 milioni i bambini che sono riusciti ad apprendere i concetti base del coding attraverso Minecraft. Minecraft è un videogioco stile sandbox all’interno del quale l’utente può praticamente fare ciò che vuole, rispettando solo poche basilari regole: divertendosi e giocando, i bambini possono così capire come funziona la “mente” che c’è dietro ciò che vedono realizzarsi sullo schermo. Non a caso proprio Minecraft è stato usato lo scorso fine settimana di marzo, il 20 e il 21, a Firenze nell’ambito dell’iniziativa “Firenze dei bambini”. Nel gioco è stata creata una versione virtuale del Museo del Novecento, un po’ come era già stato fatto a Londra ricreando il grande incendio che invase la città britannica nel 1666.

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La didattica e l’informatica

Posted by on Mar 26, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su La didattica e l’informatica

Che sia diventato necessario trasmettere anche a livello scolastico le materie connesse alle nuove tecnologie è un dato di fatto ormai assodato: eppure ci si potrebbe chiedere perché insegnare ai ragazzi qualcosa che dovrebbe competere solo una ristretta cerchia di “addetti ai lavori”. Per dirla in altri termini: in un futuro ormai prossimo ognuno di noi avrà la necessità di interfacciarsi con i computer, i software e le applicazioni per svolgere la maggior parte delle più semplici operazioni quotidiane. Ma perché ognuno di noi dovrebbe apprendere fin dai banchi di scuola il meccanismo che c’è dietro agli strumenti che utilizziamo? Non potrebbe bastarci che a conoscerlo siano coloro che sono chiamati a mettere a punto questi strumenti? La risposta è no, e il motivo è il seguente. I linguaggi di programmazione sono quello che ci serve per “comunicare” con le macchine, per impartire loro degli ordini e per permettere loro di svolgere dei comandi in modo automatico. In realtà, però, dietro ai linguaggi di programmazione c’è un altro tipo di linguaggio, che ognuno di noi dovrebbe conoscere semplicemente perché esso consente di capire il modo stesso in cui funziona tutto il mondo dell’informatica. In sostanza, conoscere tale linguaggio serve a non farsi padroneggiare dalle macchine, ma a padroneggiarle. È il modo per scongiurare la visione fantascientifica del futuro in cui gli uomini saranno sottomessi dai robot e dalle intelligenze artificiali. Questo linguaggio dietro il linguaggio altro non è che il “coding” o, per usare la lingua italiana, il linguaggio computazionale. Il linguaggio computazionale fu messo a punto nel corso dell’Ottocento da tre personaggi poco noti, ma ai quali dobbiamo gran parte delle innovazioni tecnologiche di cui ci avvaliamo oggi giorno. Si tratta di: Charles Babbage, che per primo ideò il calcolatore meccanico universale; Ada Lovelace, che scrisse il primo programma che potesse funzionare sul calcolatore di Babbage; e infine Alan Turing, il quale discusse come tesi di laurea il concetto di “calcolabilità”. Sono queste tre persone che hanno inventato il concetto di computer così come lo consociamo oggi, e che soprattutto hanno messo a punto gli algoritmi, che non sono altro che la descrizione del modo in cui il cervello umano comunica con il cervello meccanico. Ecco dunque il motivo per cui è importante, anzi, fondamentale insegnare l’informatica a scuola: tutti devono conoscere le basi che hanno reso possibile ciò che per noi oggi è quotidianità, per farne in futuro un mestiere o semplicemente per poterne comprendere il funzionamento. Oltre all’informatica, però, andrebbe impartita anche quella che viene definita, con un neologismo, “educazione civica digitale”: avere piena consapevolezza delle nuove tecnologie è basilare anche per esercitare i propri diritti in modo consapevole. Più di ogni altra materia, però, è necessario che ai ragazzi vengano impartiti i rudimenti del “pensiero computazionale”, ovvero la capacità di elaborare soluzioni algoritmiche. La questione non è più velleitaria ma di fondamentale importanza per il futuro di ogni Paese, quindi anche dell’Italia, dove il CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) ha presentato un documento dal titolo “Proposta di Indicazioni Nazionali per l’Insegnamento dell’Informatica nella Scuola”, mentre il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sta mettendo a punto un “Sillabo di Educazione Civica Digitale”. L’Italia ha il primato dell’insegnamento del coding nelle scuole, primato di cui si deve andare orgogliosi perché segna il primo passo verso un futuro in cui ogni cittadino sia maggiormente padrone delle infinite risorse che l’informatica mette a sua disposizione.

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Il nuovo linguaggio quantico Q#

Posted by on Feb 28, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il nuovo linguaggio quantico Q#

Il mondo dell’informatica fa sempre dei passi in avanti e i grandi colossi del settore fanno a gara per non restare indietro e per offrire al proprio pubblico di fruitori una gamma sempre aggiornata di prodotti e strumenti per poter essere aggiornati e concorrenziali. Ad esempio, sembra che una delle prossime frontiere che verranno esplorate avrà a che vedere con un nuovo tipo di computer, più evoluto, che funziona su presupposti completamente diversi da quelli tradizionali. I pc che usiamo oggi giorno sono chiamati anche “macchine di Von Neumann”, dal nome di colui che per primo teorizzò l’architettura informatica entro la quale potessero funzionare i vari programmi e applicazioni. Diversi sono invece i computer quantistici, che sfruttano i principi della fisica dei quanti e che, almeno nelle intenzioni di chi li ha progettati, dovrebbero essere in grado di raggiungere traguardi e di realizzare performances molto più evolute e complesse di quello che sono in grado di fare le attuali macchine di Von Neumann. I computer quantici vengono programmati manualmente, ovvero aprendo e chiudendo delle “porte” nei computer tradizionali per il tempo necessario a svolgere le operazioni desiderate. Questo perché non esisteva ancora un linguaggio di programmazione specifico per i computer quantici, linguaggio che ora invece è stato messo a punto dalla Microsoft e che si chiama Q#. Il linguaggio Q# fa parte di un pacchetto chiamato Quantum Development kit, che comprende una serie di strumenti che permettono di accedere ad un simulatore di computer quantico. Quando lo sviluppatore inizia a creare il codice sorgente ha dunque accesso al simulatore, una macchina virtuale a cui si ha accesso dal proprio pc e che viene ospitata in cloud computing sui server Microsoft di Azure. Usare Q# non è affatto difficile, visto che il suo funzionamento replica da vicino quello del Visual Studio, la suite di programmazione informatica classica composta da linguaggi tradizionali quali C, C++, C#, F#, Visual Basic .Net, Html e JavaScript. Anche se si stanno facendo molti progressi, l’informatica quantica presenta ancora parecchi limiti da mettere al vaglio e tentare di superare. Ad esempio, i computer funzionano solo a temperature vicine agli 0 gradi Kelvin ed hanno possono avere capacità di calcolo limitata. Inoltre sono state rilevate a volte delle interferenze tra i qubit e l’ambiente circostante. La conseguenza di questo è che a volte i risultati di un’operazione possono essere influenzati da fattori esterni che sono del tutto indipendenti dalle capacità del programmatore, che non ha neppure la capacità di prevederli. Un altro obiettivo che si è posto Microsoft è dunque quello di creare dei computer quantici che possano contrastare questo tipo di interferenze, usando dei qubit a tale scopo. A questo punto però ci si potrebbe chiedere quale sia l’effettiva utilità di sviluppare questo nuovo sistema informatico con relativo linguaggio di programmazione. Le applicazioni possibili, in realtà, sono davvero numerose. L’uso dei qubit potrebbe servire a mettere a punto dei nuovi ritrovati medici, portare avanti la sperimentazione sulle intelligenze artificiali, e aiutare a contrastare i cambiamenti climatici. In primis potrebbe offrire delle nuove soluzioni alla sicurezza informatica, visto l’ampio uso che si potrebbe fare del linguaggio Q# nell’ambito della crittografia. Un nuovo capitolo è dunque stato aperto, e chi vuole può usare la macchina informativa virtuale messa a disposizione da Microsoft per cimentarsi con il mondo dell’informatica quantica, che a quanto pare potrebbe proporsi come un’alternativa a quella tradizionale che usiamo attualmente.

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