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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

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Il coding per bambini

Posted by on Mar 26, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il coding per bambini

Ormai non è più solo l’ipotesi di un futuro avveniristico descritto nei libri di fantascienza ma realtà: il coding verrà insegnato già nelle scuole primarie. D’altro canto questa nuova “materia” non deve stupire più di tanto: i bambini di oggi, molto più di noi, si muoveranno in un mondo governato dai computer e dalle loro intelligenze elettroniche. Capire come funzionano e saper “dialogare” con loro sarà dunque di fondamentale importanza per creare un mondo armonico e ben organizzato. Però sono molti quelli che non vedono di buon occhio l’idea che ai bambini vengano insegnati i linguaggi di programmazione fin dalla più tenera età: si teme una sorta di condizionamento mentale, come se in futuro il bambino che oggi viene educato all’informatica debba necessariamente diventare un ingegnere o un programmatore. È ovvio che le cose stanno ben diversamente: il coding deve essere, così come è nelle intenzioni del MIUR che nel 2014 ha inaugurato il progetto “Programmare il futuro” per introdurre la programmazione informatica nei piani scolastici, solo una materia tra le altre. Il piccolo, da grande, potrà seguire la sua inclinazione e diventare quello che vuole, un pasticcere, un maestro, un dirigente di banca… o un programmatore. Conoscere il coding, però, lo aiuterà non solo a padroneggiare in modo più consapevole e adulto il mondo dei computer, con il quale dovrà pur sempre interagire, ma potrà anche fornirgli un valido insegnamento di tipo “filosofico”. I linguaggi di programmazione sono infatti un modo di pensare del tutto inedito per la mente umana, ma molto utile: insegnano infatti a scomporre un problema complesso in blocchi più piccoli, in modo tale da analizzare una problematica in ogni suo aspetto, semplificandola e trovando infine con facilità la soluzione. Se un’altra obiezione che si può muovere è la difficoltà di insegnare una realtà tanto strutturata ad un bambino piccolo, la verità è che le giovani menti sono decisamente malleabili e che i concetti del coding possono penetrare come un gioco, o attraverso un gioco. Già esistono tanti strumenti, anche on line, per cominciare ad impartire i rudimenti dei linguaggi di programmazione ai bambini, in particolar modo di JavaScript, che è uno dei più semplice dei più usati. Ci sono poi accademie che hanno creato dei corsi per i più piccoli, o anche libri che servono a far avvicinare il bimbo al mondo dei computer. Quello più efficace e di gran lunga il più famoso si intitola “Hello Ruby. Avventure nel mondo del coding” ed è stato scritto da Linda Liukas; si rivolge a ragazzi dai 7 anni in su e serve a far prendere familiarità con alcuni concetti base del coding attraverso un’avventura fantastica e divertente. Un altro mezzo che sembra molto efficace per far avvicinare i più giovani all’informatica è il famoso gioco della Mojang Minecraft: pare infatti che siano ben 85 milioni i bambini che sono riusciti ad apprendere i concetti base del coding attraverso Minecraft. Minecraft è un videogioco stile sandbox all’interno del quale l’utente può praticamente fare ciò che vuole, rispettando solo poche basilari regole: divertendosi e giocando, i bambini possono così capire come funziona la “mente” che c’è dietro ciò che vedono realizzarsi sullo schermo. Non a caso proprio Minecraft è stato usato lo scorso fine settimana di marzo, il 20 e il 21, a Firenze nell’ambito dell’iniziativa “Firenze dei bambini”. Nel gioco è stata creata una versione virtuale del Museo del Novecento, un po’ come era già stato fatto a Londra ricreando il grande incendio che invase la città britannica nel 1666.

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La didattica e l’informatica

Posted by on Mar 26, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su La didattica e l’informatica

Che sia diventato necessario trasmettere anche a livello scolastico le materie connesse alle nuove tecnologie è un dato di fatto ormai assodato: eppure ci si potrebbe chiedere perché insegnare ai ragazzi qualcosa che dovrebbe competere solo una ristretta cerchia di “addetti ai lavori”. Per dirla in altri termini: in un futuro ormai prossimo ognuno di noi avrà la necessità di interfacciarsi con i computer, i software e le applicazioni per svolgere la maggior parte delle più semplici operazioni quotidiane. Ma perché ognuno di noi dovrebbe apprendere fin dai banchi di scuola il meccanismo che c’è dietro agli strumenti che utilizziamo? Non potrebbe bastarci che a conoscerlo siano coloro che sono chiamati a mettere a punto questi strumenti? La risposta è no, e il motivo è il seguente. I linguaggi di programmazione sono quello che ci serve per “comunicare” con le macchine, per impartire loro degli ordini e per permettere loro di svolgere dei comandi in modo automatico. In realtà, però, dietro ai linguaggi di programmazione c’è un altro tipo di linguaggio, che ognuno di noi dovrebbe conoscere semplicemente perché esso consente di capire il modo stesso in cui funziona tutto il mondo dell’informatica. In sostanza, conoscere tale linguaggio serve a non farsi padroneggiare dalle macchine, ma a padroneggiarle. È il modo per scongiurare la visione fantascientifica del futuro in cui gli uomini saranno sottomessi dai robot e dalle intelligenze artificiali. Questo linguaggio dietro il linguaggio altro non è che il “coding” o, per usare la lingua italiana, il linguaggio computazionale. Il linguaggio computazionale fu messo a punto nel corso dell’Ottocento da tre personaggi poco noti, ma ai quali dobbiamo gran parte delle innovazioni tecnologiche di cui ci avvaliamo oggi giorno. Si tratta di: Charles Babbage, che per primo ideò il calcolatore meccanico universale; Ada Lovelace, che scrisse il primo programma che potesse funzionare sul calcolatore di Babbage; e infine Alan Turing, il quale discusse come tesi di laurea il concetto di “calcolabilità”. Sono queste tre persone che hanno inventato il concetto di computer così come lo consociamo oggi, e che soprattutto hanno messo a punto gli algoritmi, che non sono altro che la descrizione del modo in cui il cervello umano comunica con il cervello meccanico. Ecco dunque il motivo per cui è importante, anzi, fondamentale insegnare l’informatica a scuola: tutti devono conoscere le basi che hanno reso possibile ciò che per noi oggi è quotidianità, per farne in futuro un mestiere o semplicemente per poterne comprendere il funzionamento. Oltre all’informatica, però, andrebbe impartita anche quella che viene definita, con un neologismo, “educazione civica digitale”: avere piena consapevolezza delle nuove tecnologie è basilare anche per esercitare i propri diritti in modo consapevole. Più di ogni altra materia, però, è necessario che ai ragazzi vengano impartiti i rudimenti del “pensiero computazionale”, ovvero la capacità di elaborare soluzioni algoritmiche. La questione non è più velleitaria ma di fondamentale importanza per il futuro di ogni Paese, quindi anche dell’Italia, dove il CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) ha presentato un documento dal titolo “Proposta di Indicazioni Nazionali per l’Insegnamento dell’Informatica nella Scuola”, mentre il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sta mettendo a punto un “Sillabo di Educazione Civica Digitale”. L’Italia ha il primato dell’insegnamento del coding nelle scuole, primato di cui si deve andare orgogliosi perché segna il primo passo verso un futuro in cui ogni cittadino sia maggiormente padrone delle infinite risorse che l’informatica mette a sua disposizione.

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Il nuovo linguaggio quantico Q#

Posted by on Feb 28, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il nuovo linguaggio quantico Q#

Il mondo dell’informatica fa sempre dei passi in avanti e i grandi colossi del settore fanno a gara per non restare indietro e per offrire al proprio pubblico di fruitori una gamma sempre aggiornata di prodotti e strumenti per poter essere aggiornati e concorrenziali. Ad esempio, sembra che una delle prossime frontiere che verranno esplorate avrà a che vedere con un nuovo tipo di computer, più evoluto, che funziona su presupposti completamente diversi da quelli tradizionali. I pc che usiamo oggi giorno sono chiamati anche “macchine di Von Neumann”, dal nome di colui che per primo teorizzò l’architettura informatica entro la quale potessero funzionare i vari programmi e applicazioni. Diversi sono invece i computer quantistici, che sfruttano i principi della fisica dei quanti e che, almeno nelle intenzioni di chi li ha progettati, dovrebbero essere in grado di raggiungere traguardi e di realizzare performances molto più evolute e complesse di quello che sono in grado di fare le attuali macchine di Von Neumann. I computer quantici vengono programmati manualmente, ovvero aprendo e chiudendo delle “porte” nei computer tradizionali per il tempo necessario a svolgere le operazioni desiderate. Questo perché non esisteva ancora un linguaggio di programmazione specifico per i computer quantici, linguaggio che ora invece è stato messo a punto dalla Microsoft e che si chiama Q#. Il linguaggio Q# fa parte di un pacchetto chiamato Quantum Development kit, che comprende una serie di strumenti che permettono di accedere ad un simulatore di computer quantico. Quando lo sviluppatore inizia a creare il codice sorgente ha dunque accesso al simulatore, una macchina virtuale a cui si ha accesso dal proprio pc e che viene ospitata in cloud computing sui server Microsoft di Azure. Usare Q# non è affatto difficile, visto che il suo funzionamento replica da vicino quello del Visual Studio, la suite di programmazione informatica classica composta da linguaggi tradizionali quali C, C++, C#, F#, Visual Basic .Net, Html e JavaScript. Anche se si stanno facendo molti progressi, l’informatica quantica presenta ancora parecchi limiti da mettere al vaglio e tentare di superare. Ad esempio, i computer funzionano solo a temperature vicine agli 0 gradi Kelvin ed hanno possono avere capacità di calcolo limitata. Inoltre sono state rilevate a volte delle interferenze tra i qubit e l’ambiente circostante. La conseguenza di questo è che a volte i risultati di un’operazione possono essere influenzati da fattori esterni che sono del tutto indipendenti dalle capacità del programmatore, che non ha neppure la capacità di prevederli. Un altro obiettivo che si è posto Microsoft è dunque quello di creare dei computer quantici che possano contrastare questo tipo di interferenze, usando dei qubit a tale scopo. A questo punto però ci si potrebbe chiedere quale sia l’effettiva utilità di sviluppare questo nuovo sistema informatico con relativo linguaggio di programmazione. Le applicazioni possibili, in realtà, sono davvero numerose. L’uso dei qubit potrebbe servire a mettere a punto dei nuovi ritrovati medici, portare avanti la sperimentazione sulle intelligenze artificiali, e aiutare a contrastare i cambiamenti climatici. In primis potrebbe offrire delle nuove soluzioni alla sicurezza informatica, visto l’ampio uso che si potrebbe fare del linguaggio Q# nell’ambito della crittografia. Un nuovo capitolo è dunque stato aperto, e chi vuole può usare la macchina informativa virtuale messa a disposizione da Microsoft per cimentarsi con il mondo dell’informatica quantica, che a quanto pare potrebbe proporsi come un’alternativa a quella tradizionale che usiamo attualmente.

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La piattaforma Arduino e le sue potenzialità

Posted by on Feb 28, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su La piattaforma Arduino e le sue potenzialità

Quando si parla di informatica, di linguaggi di programmazione e di nuove tecnologie, il pensiero corre subito agli Stati Uniti d’America, alla Silicon Valley, o all’estremo Oriente, alla Cina e al Giappone. Molti di noi ignorano invece che uno dei sistemi informatici dalle maggiori potenzialità, e che già oggi trova innumerevoli campi di applicazione, è interamente italiano: stiamo parlando di Arduino. Arduino è allo stesso tempo un linguaggio di programmazione e una scheda hardware; insieme costituisce una piattaforma capace di far sviluppare tantissime idee innovative soprattutto del tanto decantato IoT (Internet of Things). Arduino nasce nel 2005 ad Ivrea, nella scuola creata in collaborazione da Olivetti e Telecom Italia, ovvero l’Interaction Design Institute. Una delle caratteristiche più interessanti della piattaforma è che fin dal primo momento essa è stata pensata come open source, quindi ha dato vita ad una folta comunità di sviluppatori e programmatori, tra i quali molti studenti, che hanno permesso a questa realtà di crescere moltissimo in pochissimo tempo. Arduino ha quindi dimostrato capacità di sviluppo che non sono passate inosservate. Nel 2013 alcune delle realtà più consolidate nel campo tecnologico, tra le quali Intel, si sono accordate per dare vita a schede che oggi vengono usate da Galileo ed Edison, usando come base Arduino e collaborando con esso. Persino la Microsoft ha pensato di utilizzare Arduino per un suo progetto, creando un microcomputer con connettività wi-fi che si chiama Arduino Yùn. Tanta versatilità del sistema è dovuto al fatto che esso altro non è che una scheda che è capace di elaborare input in entrata trasformandolo in input in uscita che possono essere di diversa natura: suoni, segnali luminosi ed altro. Alla base di tutto il funzionamento c’è ovviamente il linguaggio di programmazione che è, come tutto il progetto, open source. Come dicevamo, la sua natura “aperta” ma anche la sua relativa semplicità di utilizzo hanno fatto di Arduino la base di programmazione più usata da hobbisti e appassionati di tutto il mondo, che sono riusciti a mettere a punto dei dispositivi wearable di grande interesse. Arduino ha anche un altro grande vantaggio: il kit di base è assai poco costoso, appena 50 dollari nella versione preassemblata e anche meno in quella da assemblare. Non stupisce che abbia dato vita ad una community di “artigiani del digitale” che si ritrovano spesso nell’ambito delle fiere dell’innovazione. Ma non si deve pensare che Arduino sia una piattaforma destinata ad un uso dilettantistico: le sue potenzialità l’hanno resa utilizzabile in molti ambiti di pubblico interesse. Vediamo dunque alcune delle realtà che sono state rese possibili tramite l’impiego della scheda e del linguaggio di programmazione di Arduino. Arduino ha fatto fare grandi passi in avanti al settore della domotica, vale a dire al settore dell’automazione di operazioni che devono essere svolte quotidianamente. Ha anche dato un grande aiuto all’agricoltura, ad esempio nella gestione delle serre. Come sappiamo, una serra deve avere costanti condizioni di umidità e temperatura. Con Arduino è possibile monitorare questi valori in modo automatico, e correggerli all’occorrenza. Con Arduino sono stati costruiti dei sensori in grado di rivelare il grado di inquinamento ambientale, e in alcuni casi anche di mettere in pratica una serie di azioni volte ad arginarlo. Arduino è stato usato anche in campo automobilistico, per monitorare il tasso alcolemico nel sangue e per i sensori di parcheggio. Infine è anche usato nel settore delle nuove energie per ottimizzare lo sfruttamento della luce del sole. Niente male, per un brevetto tutto italiano.

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Imparare la programmazione videoludica? Un gioco da ragazzi!

Posted by on Feb 6, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Imparare la programmazione videoludica? Un gioco da ragazzi!

Non è più un mistero che i giovani di oggi, se vogliono avere nel futuro ampie possibilità di impiego, devono assolutamente imparare a muoversi nel mondo dell’informatica e delle nuove tecnologie, e devono apprendere i linguaggi di programmazione esattamente come apprendono la loro madrelingua e le altre lingue straniere. Nel report pubblicato dal World Economic Forum nel 2016 dal titolo “The Future of Jobs” appare evidente come le professioni del futuro, quelle che si prevede avranno una crescente richiesta da parte delle aziende, sono tutte connesse con la capacità di creare sistemi informatici che possano contribuire a smaltire il flusso di lavoro di una realtà imprenditoriale. Le possibilità di impiego che si aprono davanti a chi sia in grado di creare qualcosa, un software o un database, usando i più comuni linguaggi di programmazione, sono davvero numerose perché i settori di applicazione delle nuove tecnologie sono molteplici. Ad esempio, basti pensare al mercato dei videogiochi. I videogames danno lavoro ad un enorme numero di persone, e da oggi c’è una possibilità in più per provare a diventare programmatore di sistemi video ludici. Si chiama FUZE4 ed è un’idea lanciata dalla Nintendo, azienda che da sempre è tra le leader del settore videogiochi. A lanciare i dettagli di questa nuova iniziativa è stata K, società che crea strumenti volti all’apprendimento dei linguaggi di programmazione in modo facile e gratuito. K sta creando un software per Nintendo Switch chiamato proprio “FUZE4 Nintendo Switch”. FUZE4 offrirà un’ampia selezione tutorial il cui scopo sarà quello di permettere agli utenti di familiarizzare con i concetti base della programmazione dei videogiochi. Il software viene scritto usando il linguaggio di programmazione FUZE, il quale unisce la semplicità e l’immediatezza di BASIC con la potenza e le capacità di linguaggi di livello superiore come Python e C ++. Nel comunicato stampa rilasciato dalla Nintendo per annunciare il programma FUZE4 Nintendo Switch si dice che questa applicazione permetterà di creare giochi dall’aspetto professionale e completamente funzionanti. Il target di riferimento sono sia i neofiti assoluti che coloro che già hanno un’infarinatura dei linguaggi di programmazione videoludici. Il programma permetterà di fruire di un vasto campionario di grafiche di gioco, di file audio e di modelli 3D e 2D. Tutte le risorse di base incluse in FUZE4 potranno poi essere implementate acquistando pacchetti aggiuntivi nel Nintendo Store. Lo scopo primario di FUZE4 è permettere un apprendimento facile e veloce; inoltre sarà anche possibile condividere i lavori che vengono portati a termine con gli altri utenti della community: uno dei principali target sono le scuole. La pubblicazione del software è prevista per il secondo trimestre del 2018 e il prezzo annunciato si aggira intorno ai 30 dollari, anche se si avrà la certezza soltanto in prossimità dell’effettiva immissione sul mercato. Con FUZE4 Nintendo Switch chiunque potrà cimentarsi con la programmazione di videogiochi di vario genere, dal classico roleplay strategico fino alle piattaforme 2D. Lo scopo è di creare una vera e propria comunità di sviluppatori che poi mettano il loro materiale a disposizione di tutti implementando sempre di più i pacchetti di materiale a disposizione di chi deciderà di acquistare FUZE4 e di cimentarsi con i linguaggi di programmazione dei videogames. Nintendo offre così una bella opportunità di imparare divertendosi, in modo semplice ed intuitivo, acquisendo però competenze che in futuro potrebbero diventare molto preziose.

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La programmazione per i bambini: Logo

Posted by on Feb 6, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su La programmazione per i bambini: Logo

Lo scorso 4 dicembre 2017 su Google è apparso un curioso “doodle”, ovvero un nuovo elemento grafico che sostituisce la solita scritta che caratterizza il motore di ricerca. Questo doodle era volto a celebrare un ramo dell’informatica poco conosciuto ma di fondamentale importanza, ovvero la didattica dei linguaggi di programmazione per i più piccoli. Più nello specifico, il doodle ha celebrato i primi cinquant’anni del primo metodo che sia mai stato messo a punto per permette ai bambini più piccoli di approcciarsi al mondo della programmazione informatica. Tale metodo si chiama “Logo”, fu messo a punto negli anni Sessanta da un pionieristico esperto informatico, Seymour Aubrey Papert. Papert lavorava presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology) e ad oggi è considerato uno dei personaggi che ha lavorato più intensamente, e meglio, nella direzione di una sempre maggiore divulgazione dei linguaggi informatici. Decisamente in anticipo sui tempi, infatti, Papert ha intuito quanto fosse importante che fin dalla più tenera età un soggetto si potesse approcciare al mondo dell’informatica non solo per utilizzare i dispositivi che ha creato, ma riuscendo anche a capirne il funzionamento. Il segreto per insegnare ai più piccoli i rudimenti dell’informatica, come ad esempio il modo in cui lavorano gli algoritmi, è stato fin da subito basato su un processo ludico. Il bambino per imparare si deve prima di tutto divertire, deve percepire che quello che sta facendo è un gioco, e solo così riuscirà a recepire tutte le informazioni che gli potranno essere utili da grande. Fu così che nacque Logo, che è una sorta idi gioco per livelli. Ad ogni livello il bambino familiarizza con i concetti che stanno dietro alla programmazione informatica: capisce di aver raggiunto il suo obiettivo quando il coniglio riesce a mangiare la sua carota. Se si pensa che però i computer hanno cominciato ad avere una più vasta diffusione nelle case delle famiglie di tutto il mondo solo circa venti anni più tardi che Logo è stato creato, ovvero intorno agli anni Ottanta, si capisce come la didattica informatica per bambini sia poi in realtà una scienza molto più recente. Al giorno d’oggi, diversamente da quanto accadde ai tempi di parte che fu dunque un precursore, si capisce bene quanto sia fondamentale che un bambino, insieme all’ABC della sua lingua e ad almeno una lingua straniera, prenda dimestichezza anche con il linguaggio delle macchine informatiche. Il futuro, soprattutto lavorativo, va decisamente nella direzione di una sempre più decisa informatizzazione dei sistemi, ed è in età infantile che il cervello umano è maggiormente malleabile, al punto da riuscire a meglio recepire i concetti che si cerca di inculcare. Purtroppo però in Italia l’importanza di queste materie trasmesse anche in età molto giovane non è ancora stata del tutto recepita, per quanto oggi ci siano strumenti molto più sofisticati e completi di Logo, che si basano sui suoi stessi presupposti. Basti pensare a Scratch e Bockly, dei sistemi che vengono usati anche nelle scuole (il secondo è stato messo a punto da Google, il primo dal MIT). Per contribuire alla diffusione di una nuova consapevolezza è stata così organizzata in tutto il mondo la “Computer Science Education Week” (CSEdWeek). Nell’ambito di questa settimana sono stati organizzati molti eventi e incontri per insegnanti, genitori e bambini, al fine di coinvolgere tutti nel mondo dell’informatica e far capire l’importanza di avere una conoscenza più approfondita dei suoi meccanismi più nascosti.

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Fuchsia: il nuovo linguaggio di Google avvolto nel mistero

Posted by on Dic 18, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Fuchsia: il nuovo linguaggio di Google avvolto nel mistero

Google, il colosso di Mountain View, è da sempre il principale avversario della Apple, da cui si distingue per un aspetto fondamentale. Mentre tutti i dispositivi della mela morsicata, dagli iPhone ai Mac agli iPad, usano il medesimo sistema operativo, ovvero iOS, Google possiede diversi sistemi operativi che sfruttano diversi linguaggi di programmazione. Per i device portatili c’è Android; sui Chromebook è installato Chrome OS; per altre applicazioni come Android Auto, Wear, Chromecast si usano delle varianti di Android. I vari sistemi adottati da BigG hanno una cosa in comune, ovvero si basano su kernel Linux. Da qualche tempo a questa parte però si vocifera di un nuovo progetto che Google sta portando avanti, e che sembrerebbe avere lo scopo di creare un unico linguaggio unificato. La cosa più eclatante è che tale linguaggio non usa come kernel Linux. Il suo nome in codice per il momento è “Fuchsia”. Non c’è niente di ufficiale, ma sui server di Google sono apparsi dei repository, ovvero ambienti in cui vengono gestiti i metadati, che forniscono sufficienti informazioni per cercare di capire in che direzione vuole andare Fuchsia. Uno degli obiettivi che sembra si vogliano raggiungere è la creazione di un microkernel amplificato. Un microkernel di solito è in grado di supportare applicazioni cosiddette “embedded”, vale a dire con memoria limitata e un numero predeterminato di azioni che possono compiere. Invece BigG sembra voler dare vita a dispositivi che, pur essendo embedded, abbiano un numero più elevato di funzionalità. In tal senso sono già stati fatti notevoli passi in avanti, come fanno sapere i due tecnici di Google che seguono lo sviluppo di questo settore, Brian Swetland e Travis Geiselbrecht. Oltre a questo, il sistema Fuchsia usa un nuovo linguaggio di programmazione chiamato “Dart”. Anche questa è una delle ultimissime novità messe in campo da Google. Riguardo all’interfaccia utente (UI) si userà, sempre in base a quello che si può capire da quanto pubblicato nelle repository di Google, Flutter, un sistema che può supportare tanto Android che iOS. Infine in Fuchsia si trova anche Escher, che è un sistema di render. In una parola, quello che appare chiaro è che Fuchsia potrà funzionare su un gran numero di dispositivi. Impossibile prevedere quali potrebbero essere i reali sviluppi futuri: forse si tratta solo di una sperimentazione che non andrà oltre lo stato attuale. Altro particolare curioso è che però il codice è stato reso open source, a differenza di quanto è stato sempre fatto con Android. Fuchsia ha già dato vita ad un piccolo contenzioso tra Apple e Google. Dall’azienda di Cupertino si temeva infatti che il colosso di Mountain View volesse creare un supporto per il linguaggio di programmazione Swift indipendente, tanto da dividere ancora di più gli utenti dell’uno o dell’altro sistema operativo (Android e iOS). L’equivoco è stato chiarito tramite tweet da Chris Lattner, ideatore di Swift che ora lavora per Google, con l’affermazione per cui Google vuole continuare a collaborare e cooperare, e che la creazione di un repository su Swift era finalizzato solo alla possibilità di lavorarci sopra. D’altro canto è ormai conclamato che Fuchsia supporterà il linguaggio di programmazione Swift. Fuchsia supporta anche i linguaggi C, C++, Python, Rust, oltre che Dart e Go, altro linguaggio di programmazione creato da Google come Dart. Per il resto, un fitto mistero avvolge Fuchsia e il suo reale impiego nelle intenzioni di BigG.

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