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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

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Il programmatore e i linguaggi di programmazione

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il programmatore e i linguaggi di programmazione

Stai cercando lavoro e ti stai chiedendo quali potrebbero essere le professioni maggiormente richieste nel futuro? Se butti un occhio in ambito informatico capirai subito che è di certo questo il settore che al momento richiede maggiore forza lavoro, e soprattutto che è disposta a ben pagare anche con contratti a tempo indeterminato, una vera chimera di questi tempi. Secondo un rapporto stilato da Unioncamere, infatti, emerge la necessità da parte delle aziende di trovare dei bravi programmatori informatici, figure che sono ancora abbastanza rare e per le quali si prevede proprio un contratto di collaborazione senza scadenza. Quindi il percorso per diventare programmatore informatico è di certo consigliabile a tutti quei giovani che abbiano già una propensione per il settore e soprattutto vogliano impiegare le proprie energie in una direzione che presenta tante possibilità nel futuro. Ma come si diventa programmatore informatico, e soprattutto, cosa fa un programmatore informatico? Cominciamo con il rispondere a questa seconda domanda. Il programmatore è colui che “scrive” i software, di ogni genere, dalle app per i telefonini ai sistemi di gestione aziendale. Un software è composto da un insieme di regole che permettono poi all’utente finale di svolgere una serie di azioni utili. Il programmatore è colui che stila queste regole rendendo il software capace di funzionare per le finalità richieste. Ovviamente quindi la base per poter pensare di fare questo mestiere sta nell’apprendimento di tali linguaggi di programmazione. Un primo step per iniziare dovrebbe essere dunque la scelta del linguaggio di programmazione sul quale specializzarsi, o quanto meno dal quale cominciare a studiare, perché quasi certamente nel corso della propria carriera se ne imparerà più di uno. Per iniziare, però, è consigliabile apprenderne uno soltanto. I principali linguaggi di programmazione sono: Java, Xcode, C++, Python o HTML5. Ognuno di questi linguaggi serve per creare un prodotto finale diverso, quindi bisogna ponderare con attenzione la scelta iniziale. Un buon aiuto viene da TIOBE, compagnia che si preoccupa ogni mese di stilare una classifica dei linguaggi di programmazione più usati al momento. Questo consente di avere una idea approssimativa ma piuttosto realistica di quale potrebbe essere il linguaggio sul quale conviene di più investire, in termini di possibilità future. In questo momento quello che sembra avere una netta ascesa è Python. Fatto questo, è bene mettersi a studiare. La maggior parte dei programmatori ha iniziato da autodidatta, ma una buona formazione di base non può che essere di aiuto. Si può studiare da perito informatico, o seguire un corso di laurea su queste materie. Oppure contemporaneamente, o in seguito, come perfezionamento, si possono seguire i corsi on line e dei corsi frontali, che sono comunque sempre più efficaci perché consentono di confrontarsi immediatamente con il docente. I corsi on line sono invece utili perché di solito permettono di sviluppare un progetto e poi di metterlo in rete per essere valutato dalla community. In questo modo si ha la possibilità di mettere subito in pratica quanto appreso in via teorica e di verificare l’effettivo funzionamento del software creato. Ci vuole tanta gavetta, perché fare pratica è il modo migliore per diventare davvero bravi in questo mestiere. Infine si può cercare la propria strada per entrare nel mondo del lavoro: si può proporre il proprio curriculum alle aziende, o si può decidere la strada della libera professione lavorando come freelance, anche in collaborazione con altri programmatori.

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Insegnare i linguaggi di programmazione: dalle elementari all’università

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Insegnare i linguaggi di programmazione: dalle elementari all’università

Steve Jobs diceva che secondo lui tutti dovrebbero imparare ad usare i linguaggi di programmazione, perché saper usare un linguaggio di programmazione insegna a pensare. Sembra che in effetti le sue parole siano diventate profetiche, come è accaduto anche per altre sue affermazioni, e che ci stiamo ormai dirigendo verso una società in cui la conoscenza dei linguaggi di programmazione non sarà più appannaggio solo degli esperti del settore ma diventerà di dominio pubblico. Saper programmare significa saper pensare e sviluppare una mente analitica; inoltre molti pensano che il nuovo “inglese”, il nuovo vero linguaggio universale, sia proprio quello informatico. Questo è il motivo per il quale si stanno mettendo a punto molti strumenti didattici per i più piccoli per permettere loro di familiarizzare con codici e linguaggi fin dalla più tenera età, in modo tale che le loro giovani e malleabili menti imparino fin da subito a “ragionare” secondo certi codici. Di certo questo rappresenterà un enorme vantaggio per loro nel momento in cui si dovranno affacciare nel mondo del lavoro, come dimostra il fatto che il “coding” comincia a diventare obbligatorio in alcune università. Ad esempio, alla Bocconi di Milano si è decisa l’istituzione di un insegnamento dei linguaggi di programmazione per tutte le matricole dei corsi triennali; inoltre saranno organizzati anche corsi extra curricolari per tutti coloro che vogliano comunque avere un’infarinatura della materia. Questo serve a recuperare un gap notevole che la popolazione italiana ha nei confronti di altre nazioni europee e mondiali: da noi l’alfabetizzazione informatica è ancora piuttosto indietro e si cerca quindi di recuperare il terreno perduto. Ma, come dicevamo, il vero terreno fertile sono i bambini, i quali sono quelli che assorbono più facilmente conoscenze nuove e che soprattutto sono fortemente incuriositi dal mondo delle nuove tecnologie che, oltretutto, rappresentano il loro futuro. Sono già stai messi a punto numerosi strumenti didattici, in attesa che il coding diventi materia di studio anche nelle scuole di ordine inferiore: uno degli ultimi oggetti di apprendimento che è stato realizzato e messo in commercio avrà di certo un grande successo perché unisce efficacemente l’aspetto ludico e quello didattico. Si tratta infatti di un gioco pubblicato dall’azienda Sphero, che vuole divertire i suoi piccoli utilizzatori aiutandoli al tempo stesso a capire l’abc dei linguaggi di programmazione. Il gioco in questione si chiama Spkr+ ed è la versione modificata e corretta di uno dei giochi di punta di Sphero, che aveva lo tesso nome dell’azienda. Spkr+ ha la forma di una palla trasparente e si basa, per i suo movimento, sugli stessi meccanismi che animano il droide ultimo arrivato nella saga di Star Wars, BB-8. Spkr+ può essere indirizzato nei suoi movimenti tramite un’app che permette di realizzare dei piccoli software che fanno fare al robottino tutto ciò che il suo programmatore desidera. Considerando che il droide è anfibio, ovvero può anche andare in acqua, le possibilità sono davvero illimitate. Uno dei “giochi didattici” base che si possono fare con Spkr+ consiste nel creare un labirinto con delle strisce numerate incluse nella confezione. Il bambino deve quindi programmare il software in modo che il robottino possa muoversi entro quelle strisce senza oltrepassare le delimitazioni. Il tutto è disponibile anche in lingua italiana; la barra di controllo che serve per realizzare il programma è molto facile ed intuitiva da usare. Spkr+ è un gioco adatto a bambini dagli 8 anni in su che però abbiano già un minimo di conoscenze informatiche, perché, specie all’inizio, da alcune cose per scontate.

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Hashtag: la storia di un simbolo divenuto popolarissimo

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Hashtag: la storia di un simbolo divenuto popolarissimo

Oggi tutti coloro che usano i social network conoscono il significato del simbolo “#”: oggi gli hashtag sono appannaggio collettivo tanto da essere usciti dal mondo del web per imperversare anche nel mondo della politica (chi dimenticherà mai il popolare hashtag di Matteo Renzi rivolto all’amico Enrico Letta #staisereno e poi diventato un tormentone?). Ma, come spesso accade per tutto ciò che ruota attorno al mondo dell’informatica, ciò che a noi appare un dato di fatto, qualcosa di ormai sdoganato e consolidato, in realtà esiste solo da un tempo piuttosto breve e forse all’inizio si pensava che non avrebbe poi avuto un grande successo. Questa è ad esempio la storia dell’hashtag #, di cui lo scorso 23 agosto è ricorso il compleanno. Il primo che pensò di usare il simbolo del cancelletto per individuare dei termini all’interno dei post sui social, riuscendo così ad indicizzare tutti i post con quel particolare termine, fu Chris Messina, sviluppatore informatico che in quanto tale conosceva bene questo semplice simboletto, ampiamente presente nei più comuni linguaggi di programmazione. Esattamente alle ore 12:25 del 23 agosto del 2007 Chris inviò questo tweet “how do you feel about using # (pound) for groups. As in #barcamp [msg]?” usando il primo hashtag della storia su Twitter, che però non raccolse la palla al balzo. Il team di Twitter, che era stato messo on line non più tardi di un anno prima da Jack Dorsey, Biz Stone, Noah Glass ed Evan Williams, non capì le potenzialità che c’erano dietro l’intuizione di Messina, che da parte sua non aveva avuto un’illuminazione sulla via di Damasco. Da accanito utente quale era di IRC, il primo canale per le chat virtuali dove già si usavano gli hashtag, aveva capito quanto poteva essere utile riuscire ad individuare con un solo click un argomento di cui tante persone stessero “parlando” in un certo momento. Ma da Twitter gli dissero che la sua era un’idea da “nerd”, che non avrebbe mai e poi mai potuto fare presa sul grande pubblico. Sbagliato: solo pochi mesi più tardi la regione di San Diego subì una devastante serie di incendi e in quell’occasione gli utenti di Twitter, più svegli dei suoi stessi creatori, capirono a loro volta quanto poteva essere utile l’hashtag: seguire #sandiegofires era il modo più semplice e rapido per avere aggiornamenti davvero in tempo reale sullo stato delle cose. Sarebbero dovuti passare ancora due anni però che Twitter stesso desse una netta spinta in avanti all’uso degli hashtag rendendoli cliccabili. Ciò avvenne in occasione delle elezioni in Iran del 2009. Di lì a poco sarebbero stati creati anche i “Trending Topics”, vale a dire l’elenco degli hashtag più in cliccati al momento. Ci avviciniamo così rapidamente ai giorni nostri: in breve anche gli altri social network hanno intuito le potenzialità dell’uso dell’hashtag. Il primo a calcare le orme di Twitter è stato Instagram e poi è seguito a ruota Facebook; oggi usano gli hashtag anche Google +, YouTube e Pinterest. Alla fine il termine è entrato a far parte dei lemmi del dizionario di Oxford. In tutto questo, Messina, che oggi lavora per Uber, non ha mai voluto brevettare la sua idea: ha detto che non lo trovava etico, ma di certo oggi sarebbe milionario! Riguardo agli hashtag più popolari in assoluto, sembra che in cima alla lista ci sia #FF (o #FridayFeeling) che ad oggi risulta l’hashtag più usato di sempre. Tanti auguri cancelletto!

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Possono le intelligenze artificiali comunicare tra di loro?

Posted by on Ott 19, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Possono le intelligenze artificiali comunicare tra di loro?

La fantascienza, sia quella letteraria che cinematografica, ha molto spesso ipotizzato un futuro distopico in cui le cosiddette “AI”, le intelligenze artificiali, potrebbero diventare in grado di surclassare l’uomo, di organizzarsi tra di loro e quindi di causare la fine, o la sottomissione, del genere umano. Uno degli esempi più celebri è il computer HAL 9000 che compare nel film di Stanley Kubrick “2001 Odissea nello spazio” (1968). HAL, che dovrebbe essere soltanto un computer di bordo capace però di funzionalità avanzate, ad un certo punto acquisisce consapevolezza di sé prendendo decisione autonome e senza rispondere più ai comandi dell’equipaggio, uccidendone i componenti uno dopo l’altro. Questa, come dicevamo, non è che fantascienza partorita dall’immaginario umano; ma la grande evoluzione tecnologica a cui siamo andati incontro negli ultimi anni ci fa spesso interrogare su quanto certe remote paure potrebbero presto diventare reali. Questo è il motivo per cui di recente ha fatto molto scalpore un episodio avvenuto durante un esperimento condotto dagli sviluppatori di Facebook, il popolare social network. Tale esperimento aveva come scopo la creazione di intelligenze artificiali in grado di comunicare tra di loro facendo dei semplici calcoli di divisione. Si trattava più nello specifico di due “bot”: così sono chiamate le macchine programmate per parlare come gli esseri umani e dare l’illusione, a chi si trovi a conversare con loro, di stare chiacchierando con una persona in carne ed ossa. Questi bot sono utili in molte applicazioni informatiche e sviluppano un linguaggio in tutto simile al nostro poiché copiano i dati che vengono immessi al loro interno; non sono però capaci di formulare un pensiero originale. Viceversa la due AI create dagli sviluppatori di Facebook, che comunicavano tra di loro in lingua inglese, ad un certo punto hanno cominciato ad esprimersi in un modo completamente nuovo. Mettevano insieme le parole dando vita a frasi senza senso per gli esseri umani, ma evidentemente di senso compiuto per loro due, come se avessero creato lì per lì un nuovo codice con il quale poter comunicare tra di loro senza essere capite dagli altri. Questo ha creato un certo allarmismo e ha dato vita a numerosi titoli roboanti sui giornali, ma è opportuno ridimensionare tutta la questione. I due bot hanno iniziato a sviluppare questo “linguaggio” proprio, così hanno spiegato l’accaduto i tecnici che vi stavano lavorando sopra, perché non era stato loro imposto l’uso della lingua inglese. Poiché usavano quel linguaggio, ma non avevano come vincolo quello di utilizzarne grammatica e sintassi, ad un certo punto le due AI hanno trovato una “scorciatoia”, ovvero un modo più conciso ed efficace di comunicare. Questa è infatti la più grande prerogativa dei bot, ovvero possono imparare gli uni dagli altri mentre svolgono il compito che gli è stato affidato dall’uomo. Quindi non si può parlare, come qualcuno ha fatto, di una “rivolta delle macchine”: semplicemente questi due programmi hanno trovato un modo più efficace di raggiungere l’obiettivo che era stato loro prefissato, e non è neppure la prima volta che questo accade, a quanto pare. Qualcuno ha quindi ipotizzato che sarebbe il caso di lasciare che le AI creino questo loro “linguaggio”: sarebbe possibile rendere più facile l’interazione tra i dispositivi smart di cui oggi abbiano la possibilità di avvalerci. Ma ci si chiede ancora: e quali potrebbero essere gli sviluppi futuri di una simile libertà? Soprattutto, che conseguenze potrebbe portare permettere alle macchine di creare una lingua che l’uomo non è in grado di comprendere?

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Il codice open source più adatto ad ogni progetto

Posted by on Ott 19, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il codice open source più adatto ad ogni progetto

Al giorno d’oggi esistono tanti diversi linguaggi di programmazione che possono essere utilizzati per scrivere un’app o un software. Per un programmatore è quindi diventato molto difficile scegliere quello più adatto al progetto al quale si accinge a lavorare, perché le possibilità sono davvero tante e non è possibile sapere in anticipo se il codice open source che stiamo adottando garantirà davvero di portare a termine il lavoro o ad un certo punto non si dimostrerà insufficiente per realizzare tutto quello che avevamo in mente. Non bisogno però disperare: ci sono dei “trucchetti” che ci possono aiutare a scegliere per il meglio. Più che trucchetti potremmo parlare di “consigli”, di saggi accorgimenti comportamentali che, per quanto a loro volta non possano assicurarci il successo o l’infallibilità, ci consentiranno di scegliere per il meglio e di ridurre al massimo il margine di errore. La prima cosa a cui devi badare è che il linguaggio open source che stai per sposare per il tuo progetto sia corrispondente alle tue capacità: anche se un linguaggio ti sembrerebbe perfetto per quello che hai in mente di fare ma tu fatichi a capirlo e ti rendi conto che non è alla tua portata, o semplicemente non rientra nelle tue corde, abbandonalo. È impossibile scrivere un buon programma con un linguaggio che si capisce poco o niente: sarebbe come voler cercare di scrivere un romanzo in un linguaggio di cui non si possiedono che pochi vocaboli. In secondo luogo, cerca sempre codici open source che siano supportati da una larga comunità. Come ben saprai se lavori come programmatore è impossibile che un lavoro fili liscio dall’inizio alla fine. Arriverà sicuramente il momento in cui avrai un intoppo, si verificherà un bug o un problema a cui non riesci a trovare una soluzione. Se il linguaggio che ha prescelto gode di una vasta comunità che si confronta attraverso i forum di discussione potrai facilmente dialogare con gli altri programmatori che, con tutta probabilità, hanno incontrato prima di te il tuo problema e potranno fornirti una rapida soluzione. Nel peggiore dei casi potranno offrirti la loro esperienza e i loro suggerimenti per tentare di risolverlo. Terzo punto, controlla sempre quanti download sono stati effettuati del codice open source che hai deciso di scegliete. Non sempre ciò che è nazional popolare è necessariamente migliore di altro, ma questo assunto non vale in informatica dove è valido solo ciò che viene utilizzato dalla maggior parte dei programmatori. Se un linguaggio di programmazione viene usato poco questo può significare un’unica cosa: sta per diventare obsoleto e se tu scrivi il tuo progetto usandolo presto dovrai cambiare linguaggio perché non riuscirai più a trovare aggiornamenti o strumenti utili per risolvere i tuoi problemi. Infine seleziona sempre un codice open source rispetto al quale tu possa reperire tanto materiale in rete: documenti, files, manuali di utilizzo, tutto ti sarà utile per comprenderlo il meglio possibile e saperlo usare in tutte le sue sfaccettature. Per questo più fonti hai e meglio è. Come ultimissimo consiglio però devi ricordare anche un’altra cosa: il linguaggio di programmazione perfetto non esiste ed è quindi altamente improbabile che tu riesca a trovare un codice che corrisponda a tutte le caratteristiche che sono state elencate in questo articolo. In ultima analisi quindi la decisione spetta unicamente a te, facendo un bilancio sui pro e sui contro che più si confanno al tuo specifico progetto.

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Cosa sono le ICO e in che modo possono cambiare il crowdfunding

Posted by on Ott 19, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Cosa sono le ICO e in che modo possono cambiare il crowdfunding

Il termine “crowdfunding” è ormai stato sdoganato in tutto il mondo, anche in Italia, e soprattutto è ampiamente utilizzato per moltissimi progetti. Che cos’è il crowdfunding? Potremmo semplificare dicendo che è una sorta di colletta 2.0: Chi ha un’idea imprenditoriale, chi vorrebbe iniziare una nuova attività, chi vorrebbe mettere a punto una nuova app o un nuovo dispositivo digitale ma non ha capitali iniziali può chiederli ad una platea di persone tramite delle piattaforme web. Ci si pone un obiettivo e chi vuole o può fa una “promessa di donazione” che, nel momento in cui si riuscire a raggiungere la cifra stabilita, si trasformerebbe in un versamento reale di denaro seguito, di solito, da una ricompensa del beneficiario. Attualmente si sta diffondendo in rete un’evoluzione del crowfunding che si chiama ICO (Initial Coin Offer) e che utilizza le cosiddette “criptovalute”. Cosa sono le criptovalute? Si tratta di “monete digitali” a tutti gli effetti, denaro che viene generato da linguaggi crittografici all’interno di reti peer-to-peer, vale a dire che si scambiano informazioni tra di loro. La criptovaluta più famosa e diffusa è BitCoin, ma se ne stanno creando anche molte altre. Le criptovalute consentono di pagare in modo del tutto sicuro in internet, sfuggono ad un controllo centralizzato e possono esser convertite in una delle tante valute legali. L’ICO non è altro che una piattaforma di crowdfunding dove il finanziamento al progetto prescelto non viene effettuato tramite una promessa di donazione ma attraverso una donazione in criptovaluta, la quale può essere scambiata già all’interno della piattaforma nella quale viene investita. L’innovazione principale che ciò introduce all’interno delle raccolte fondi on line è che il sistema sfugga ad un controllo centrale e si genera all’interno del crowdfunding stesso, diventando dunque più efficace ed immediato. Il nuovo linguaggio di programmazione che sta alla base delle piattaforme ICO che sono nate negli ultimi tempi (tra le principali ricordiamo ICO-alert, ICOList e Bancor) nasce da esperienze apparentemente diverse tra di loro ma che hanno condotto in una direzione comune. Uno dei primissimi ICO può considerarsi la raccolta fondi “Alberiamo Milano” il cui obiettivo era quello di raccogliere fondi al fine di comprare nuovi alberi da mettere a dimora nella città lombarda. Per promuovere la campagna fu creato un sito che funzionava su una rete peer-to-peer e con un linguaggio di programmazione Turing, in grado di far circolare le informazioni all’interno dello stesso ambiente virtuale e quindi anche le risorse finanziarie. Nel 2015 i Foo Fighters, nota band rock, fu invitata a suonare a Cesena attraverso un concerto “virtuale” a cui parteciparono centinaia di musicisti che tutti insieme intonarono una delle loro più celebri canzoni, “Learn to fly”. Da queste esperienze riuscite di condivisione si sono fatti degli ulteriori passi in avanti fino ad arrivare agli ICO veri e propri, che tanti vedono come una grande opportunità per il futuro e tanti ancora invece guardano con sospetto. Le criptovalute sono svincolate dalle banche nazionali e dai controlli finanziari che invece regolano le monete “reali”. Si teme dunque che possano dare adito a comportamenti illegali o fraudolenti, ma questa eventualità si corre sempre e in qualunque caso. Bisognerebbe invece cercare di capire meglio questo strumento al fine di poterlo sfruttare al massimo per semplificare la vita dei consumatori, e soprattutto bisognerebbe rivedere la normativa alla luce dei grandi cambiamenti in atto anche nel mondo economico e finanziario.

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HachNight@Museum al Museo di Capodimonte

Posted by on Set 11, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su HachNight@Museum al Museo di Capodimonte

Nelle giornate del primo e 2 luglio 2017 presso il Museo di Capodimonte si è svolto un evento che potrebbe sembrare avere ben poco a che fare con una struttura museale, ma che in realtà è servito proprio ad aprire un nuova finestra sul futuro. L’evento è una sorta di anticipazione della grande manifestazione che si svolgerà a Roma nel mese di dicembre, ovvero la “Maker Faire Rome”, una fiera dedicata alle nuove tecnologie e ai dispositivi tecnologici del futuro. La Fiera sarà preceduta infatti da una serie di eventi che si raggruppano sotto l’egida collettiva di “Aspettando Maker Faire Rome” di cui i due giorni di Capodimonte sono stati il primo appuntamento. Ma cosa è successo esattamente nel museo? Si è svolta un “hackaton challenge”. L’hackaton è una maratona di programmazione, una non stop durante la quale dei team formati da programmatori, esperti di informatica, hacker e appassionati collaborano insieme per mettere a punto un software, un nuovo sistema, un linguaggio inedito. A Capodimonte questa maratona è stata trasformata in una gara tra giovani talenti al fine di realizzare diversi progetti. Tutto l’evento è andato sotto il nome di “The Big HackNight@Museum” ed è stato organizzato da Sviluppo Campania con il supporto di Codemotion e ovviamente del Museo di Capodimonte che ha offerto uno scenario davvero unico alla gara. Per l’esattezza le competizioni che si sono svolte sono state ben otto, perché altrettante sono state le tematiche che i giovani partecipanti hanno dovuto affrontare per conquistare la palma della vittoria. Queste le sfide nelle quali si sono potuti cimentare. La prima è stata promossa dalla Regione Campania e consisteva nella messa a punto di un’app rivolta ai turisti che permettesse loro di interagire con il territorio per avere tutte le informazioni necessarie per un soggiorno piacevole. C’era poi la challenge della Regione Lazio per la messa a punto di applicazioni che sfruttassero i dati presenti sul portale della regione; anche il Museo di Capodimonte ha proposto la sua sfida per la creazione di uno strumento capace di migliorare l’esperienza di visita alla struttura. Soresa (Società Regionale per la Sanità) ha proposto l’ideazione di un sistema di intelligenza artificiale capace di dare tutta l’assistenza possibile al cittadino che necessiti di cure mediche o informazioni sanitarie. Nella challenge proposta da Asos i programmatori dovevano mettere a punto un “Virtual Wardrobe”, una funzionalità iOS o Android per consentire ai clienti di ideare il proprio guardaroba personalizzato; in quella di STMicroelectronics si è chiesto un nuovo strumento per esaltare la bellezza della città di Napoli e in quella di Cisco una modalità per migliorare la piattaforma Cisco Spark. Infine Tecno, società che opera nel settore dell’efficienza energetica, ha richiesto un’app capace di coadiuvare l’attività di car sharing. A partire dalle ore 9:00 del primo luglio, quando i partecipanti che avevano fatto in precedenza l’iscrizione si sono accreditati per l’evento, fino alle ore 16:00 del 2 luglio, quando è stato proclamato il vincitore, tutti i concorrenti si sono messi alla prova per cercare di ottemperare alle richieste dei committenti. I progetti vincitori sono stati selezionati tra quelli considerati migliori e ai partecipanti di ogni team sono andati in premio dei buoni di Amazon per il valore complessivo di 2.500 euro, eccezion fatta che per la challenge di Cisco in quanto Cisco stessa ha messo a disposizione dei riconoscimenti speciali. A conclusione dell’evento il direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Sylvain Bellenger, si è detto molto contento di aver ospitato la HackNight, convinto com’è che arte, tradizione e nuove tecnologie debbano procedere a braccetto.

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