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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

Imparare la programmazione videoludica? Un gioco da ragazzi!

Posted by on Feb 6, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Imparare la programmazione videoludica? Un gioco da ragazzi!

Non è più un mistero che i giovani di oggi, se vogliono avere nel futuro ampie possibilità di impiego, devono assolutamente imparare a muoversi nel mondo dell’informatica e delle nuove tecnologie, e devono apprendere i linguaggi di programmazione esattamente come apprendono la loro madrelingua e le altre lingue straniere. Nel report pubblicato dal World Economic Forum nel 2016 dal titolo “The Future of Jobs” appare evidente come le professioni del futuro, quelle che si prevede avranno una crescente richiesta da parte delle aziende, sono tutte connesse con la capacità di creare sistemi informatici che possano contribuire a smaltire il flusso di lavoro di una realtà imprenditoriale. Le possibilità di impiego che si aprono davanti a chi sia in grado di creare qualcosa, un software o un database, usando i più comuni linguaggi di programmazione, sono davvero numerose perché i settori di applicazione delle nuove tecnologie sono molteplici. Ad esempio, basti pensare al mercato dei videogiochi. I videogames danno lavoro ad un enorme numero di persone, e da oggi c’è una possibilità in più per provare a diventare programmatore di sistemi video ludici. Si chiama FUZE4 ed è un’idea lanciata dalla Nintendo, azienda che da sempre è tra le leader del settore videogiochi. A lanciare i dettagli di questa nuova iniziativa è stata K, società che crea strumenti volti all’apprendimento dei linguaggi di programmazione in modo facile e gratuito. K sta creando un software per Nintendo Switch chiamato proprio “FUZE4 Nintendo Switch”. FUZE4 offrirà un’ampia selezione tutorial il cui scopo sarà quello di permettere agli utenti di familiarizzare con i concetti base della programmazione dei videogiochi. Il software viene scritto usando il linguaggio di programmazione FUZE, il quale unisce la semplicità e l’immediatezza di BASIC con la potenza e le capacità di linguaggi di livello superiore come Python e C ++. Nel comunicato stampa rilasciato dalla Nintendo per annunciare il programma FUZE4 Nintendo Switch si dice che questa applicazione permetterà di creare giochi dall’aspetto professionale e completamente funzionanti. Il target di riferimento sono sia i neofiti assoluti che coloro che già hanno un’infarinatura dei linguaggi di programmazione videoludici. Il programma permetterà di fruire di un vasto campionario di grafiche di gioco, di file audio e di modelli 3D e 2D. Tutte le risorse di base incluse in FUZE4 potranno poi essere implementate acquistando pacchetti aggiuntivi nel Nintendo Store. Lo scopo primario di FUZE4 è permettere un apprendimento facile e veloce; inoltre sarà anche possibile condividere i lavori che vengono portati a termine con gli altri utenti della community: uno dei principali target sono le scuole. La pubblicazione del software è prevista per il secondo trimestre del 2018 e il prezzo annunciato si aggira intorno ai 30 dollari, anche se si avrà la certezza soltanto in prossimità dell’effettiva immissione sul mercato. Con FUZE4 Nintendo Switch chiunque potrà cimentarsi con la programmazione di videogiochi di vario genere, dal classico roleplay strategico fino alle piattaforme 2D. Lo scopo è di creare una vera e propria comunità di sviluppatori che poi mettano il loro materiale a disposizione di tutti implementando sempre di più i pacchetti di materiale a disposizione di chi deciderà di acquistare FUZE4 e di cimentarsi con i linguaggi di programmazione dei videogames. Nintendo offre così una bella opportunità di imparare divertendosi, in modo semplice ed intuitivo, acquisendo però competenze che in futuro potrebbero diventare molto preziose.

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La programmazione per i bambini: Logo

Posted by on Feb 6, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su La programmazione per i bambini: Logo

Lo scorso 4 dicembre 2017 su Google è apparso un curioso “doodle”, ovvero un nuovo elemento grafico che sostituisce la solita scritta che caratterizza il motore di ricerca. Questo doodle era volto a celebrare un ramo dell’informatica poco conosciuto ma di fondamentale importanza, ovvero la didattica dei linguaggi di programmazione per i più piccoli. Più nello specifico, il doodle ha celebrato i primi cinquant’anni del primo metodo che sia mai stato messo a punto per permette ai bambini più piccoli di approcciarsi al mondo della programmazione informatica. Tale metodo si chiama “Logo”, fu messo a punto negli anni Sessanta da un pionieristico esperto informatico, Seymour Aubrey Papert. Papert lavorava presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology) e ad oggi è considerato uno dei personaggi che ha lavorato più intensamente, e meglio, nella direzione di una sempre maggiore divulgazione dei linguaggi informatici. Decisamente in anticipo sui tempi, infatti, Papert ha intuito quanto fosse importante che fin dalla più tenera età un soggetto si potesse approcciare al mondo dell’informatica non solo per utilizzare i dispositivi che ha creato, ma riuscendo anche a capirne il funzionamento. Il segreto per insegnare ai più piccoli i rudimenti dell’informatica, come ad esempio il modo in cui lavorano gli algoritmi, è stato fin da subito basato su un processo ludico. Il bambino per imparare si deve prima di tutto divertire, deve percepire che quello che sta facendo è un gioco, e solo così riuscirà a recepire tutte le informazioni che gli potranno essere utili da grande. Fu così che nacque Logo, che è una sorta idi gioco per livelli. Ad ogni livello il bambino familiarizza con i concetti che stanno dietro alla programmazione informatica: capisce di aver raggiunto il suo obiettivo quando il coniglio riesce a mangiare la sua carota. Se si pensa che però i computer hanno cominciato ad avere una più vasta diffusione nelle case delle famiglie di tutto il mondo solo circa venti anni più tardi che Logo è stato creato, ovvero intorno agli anni Ottanta, si capisce come la didattica informatica per bambini sia poi in realtà una scienza molto più recente. Al giorno d’oggi, diversamente da quanto accadde ai tempi di parte che fu dunque un precursore, si capisce bene quanto sia fondamentale che un bambino, insieme all’ABC della sua lingua e ad almeno una lingua straniera, prenda dimestichezza anche con il linguaggio delle macchine informatiche. Il futuro, soprattutto lavorativo, va decisamente nella direzione di una sempre più decisa informatizzazione dei sistemi, ed è in età infantile che il cervello umano è maggiormente malleabile, al punto da riuscire a meglio recepire i concetti che si cerca di inculcare. Purtroppo però in Italia l’importanza di queste materie trasmesse anche in età molto giovane non è ancora stata del tutto recepita, per quanto oggi ci siano strumenti molto più sofisticati e completi di Logo, che si basano sui suoi stessi presupposti. Basti pensare a Scratch e Bockly, dei sistemi che vengono usati anche nelle scuole (il secondo è stato messo a punto da Google, il primo dal MIT). Per contribuire alla diffusione di una nuova consapevolezza è stata così organizzata in tutto il mondo la “Computer Science Education Week” (CSEdWeek). Nell’ambito di questa settimana sono stati organizzati molti eventi e incontri per insegnanti, genitori e bambini, al fine di coinvolgere tutti nel mondo dell’informatica e far capire l’importanza di avere una conoscenza più approfondita dei suoi meccanismi più nascosti.

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Fuchsia: il nuovo linguaggio di Google avvolto nel mistero

Posted by on Dic 18, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Fuchsia: il nuovo linguaggio di Google avvolto nel mistero

Google, il colosso di Mountain View, è da sempre il principale avversario della Apple, da cui si distingue per un aspetto fondamentale. Mentre tutti i dispositivi della mela morsicata, dagli iPhone ai Mac agli iPad, usano il medesimo sistema operativo, ovvero iOS, Google possiede diversi sistemi operativi che sfruttano diversi linguaggi di programmazione. Per i device portatili c’è Android; sui Chromebook è installato Chrome OS; per altre applicazioni come Android Auto, Wear, Chromecast si usano delle varianti di Android. I vari sistemi adottati da BigG hanno una cosa in comune, ovvero si basano su kernel Linux. Da qualche tempo a questa parte però si vocifera di un nuovo progetto che Google sta portando avanti, e che sembrerebbe avere lo scopo di creare un unico linguaggio unificato. La cosa più eclatante è che tale linguaggio non usa come kernel Linux. Il suo nome in codice per il momento è “Fuchsia”. Non c’è niente di ufficiale, ma sui server di Google sono apparsi dei repository, ovvero ambienti in cui vengono gestiti i metadati, che forniscono sufficienti informazioni per cercare di capire in che direzione vuole andare Fuchsia. Uno degli obiettivi che sembra si vogliano raggiungere è la creazione di un microkernel amplificato. Un microkernel di solito è in grado di supportare applicazioni cosiddette “embedded”, vale a dire con memoria limitata e un numero predeterminato di azioni che possono compiere. Invece BigG sembra voler dare vita a dispositivi che, pur essendo embedded, abbiano un numero più elevato di funzionalità. In tal senso sono già stati fatti notevoli passi in avanti, come fanno sapere i due tecnici di Google che seguono lo sviluppo di questo settore, Brian Swetland e Travis Geiselbrecht. Oltre a questo, il sistema Fuchsia usa un nuovo linguaggio di programmazione chiamato “Dart”. Anche questa è una delle ultimissime novità messe in campo da Google. Riguardo all’interfaccia utente (UI) si userà, sempre in base a quello che si può capire da quanto pubblicato nelle repository di Google, Flutter, un sistema che può supportare tanto Android che iOS. Infine in Fuchsia si trova anche Escher, che è un sistema di render. In una parola, quello che appare chiaro è che Fuchsia potrà funzionare su un gran numero di dispositivi. Impossibile prevedere quali potrebbero essere i reali sviluppi futuri: forse si tratta solo di una sperimentazione che non andrà oltre lo stato attuale. Altro particolare curioso è che però il codice è stato reso open source, a differenza di quanto è stato sempre fatto con Android. Fuchsia ha già dato vita ad un piccolo contenzioso tra Apple e Google. Dall’azienda di Cupertino si temeva infatti che il colosso di Mountain View volesse creare un supporto per il linguaggio di programmazione Swift indipendente, tanto da dividere ancora di più gli utenti dell’uno o dell’altro sistema operativo (Android e iOS). L’equivoco è stato chiarito tramite tweet da Chris Lattner, ideatore di Swift che ora lavora per Google, con l’affermazione per cui Google vuole continuare a collaborare e cooperare, e che la creazione di un repository su Swift era finalizzato solo alla possibilità di lavorarci sopra. D’altro canto è ormai conclamato che Fuchsia supporterà il linguaggio di programmazione Swift. Fuchsia supporta anche i linguaggi C, C++, Python, Rust, oltre che Dart e Go, altro linguaggio di programmazione creato da Google come Dart. Per il resto, un fitto mistero avvolge Fuchsia e il suo reale impiego nelle intenzioni di BigG.

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Uno dei linguaggi più promettenti per il futuro: Go

Posted by on Dic 18, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Uno dei linguaggi più promettenti per il futuro: Go

Al giorno d’oggi esistono tanti diversi linguaggi di programmazione. Alcuni sono molto specifici, e quindi vengono usati solo ed elcusivamente per scrivere certi tipi di programmi, altri invece sono interscambiabili, avendo delle caratteristiche molto simili tra di loro. Chi si affaccia al mondo della programmazione informatica, soprattutto chi desidera specializzarsi professionalmente in questo settore, si chiede sempre quale sia il linguaggio sul quale è più opportuno investire in termini di conoscenze. Ci sono infatti linguaggi che è facile prevedere che diventeranno obsoleti in un breve volgere di tempo, analizzando gli andamenti del mercato; meno facile è capire quelli che potrebbero andare per la maggiore. Qualche indizio però esiste: sta nella frequenza di uso e nel trend che descrivono le varie apparecchiature informatiche. Ad oggi, uno dei linguaggi di programmazione più giovani che esista, e che però si prevede avrà un grande sviluppo in futuro, si chiama Go. Go, che è l’abbreviazione di Golang, si è appena guadagnato il titolo di linguaggio di programmazione a più rapida crescita nello scorso anno, il 2016. Infatti ha avuto un balzo notevole nella classifica dei linguaggi più utilizzati stilata ogni anno da Tiobe Index. Nel 2016 Go è stato usato per realizzare oltre il 2% dei software che sono stati realizzati nel corso dei 12 mesi. Anche se questa percentuale può sembrare un po’ bassa, in realtà è un grande traguardo in così poco tempo. Go è stato creato per la prima volta nel 2007, ma il primo software che è stato scritto usandolo risale al 2009 e il suo primo aggiornamento ad una versione più evoluta è del 2012. Go è nato nei laboratori di Google di Mountain View da un’idea di tre programmatori: Robert Griesemer, Rob Pike e Ken Thompson. L’idea di base che i tre avevano era quella di dare vita ad un linguaggio open source, come di fatto Golang è, che fosse simile a C++ ma più semplice da capire e da utilizzare. Detto-fatto: Go è un linguaggio molto facile ed intuitivo, la cui finalità principale è di creare applicativi web o per la gestione di server. In effetti appare notevolmente semplificato rispetto a C++, ed è per questo che molti prevedono che in futuro potrebbe essere molto più apprezzato persino di Java. C’è da dire però che Golang non è ancora mai stato usato per creare delle GUI, ovvero delle interfaccia grafiche pensate per un utente finale. Ad oggi infatti è stato usato soprattutto per creare frame work o Api, e in questo è risultato molto più efficace anche del linguaggio Python in quanto può dare vita ad applicativi stand alone, vale a dire che funzionano da soli senza doversi appoggiare ad alcun supporto esterno. Insomma Go è un linguaggio da seguire molto da vicino perché la crescita vertiginosa che ha avuto nell’ultimo anno può far presagire che qualcosa stia cambiando nel mondo dell’informatica, e che ora si inizi a puntare su sistemi leggermente diversi rispetto al passato. D’altro canto è evidente che questo settore è in rapida evoluzione, e che tutto ciò che ieri veniva dato per scontato oggi può mutare in modo radicale. Quindi Golang si pone come un pioniere di un nuovo modo di affrontare la programmazione, che potrebbe infine rivelarsi nient’altro che un fuoco di paglia o il vero e proprio “abc” di un nuovo modo di esprimersi nel web.

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Women who code Tokyo

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Women who code Tokyo

Il mondo dall’informatica, e in particolar modo quello della programmazione, è da sempre considerato di esclusivo appannaggio maschile. Ma attualmente le cose stanno decisamente cambiando, un po’ per amore e un po’ per forza. Prendiamo ad esempio uno dei Paesi in cui la digitalizzazione si può considerare tra le più evolute, il Giappone. In Giappone l’industria legata al settore tech è molto avanzata e si prevede che in futuro conoscerà sviluppi sempre maggiori, ma presenta delle problematiche che devono essere sciolte in tempi brevi, e che non presentano tantissime possibili soluzioni, ma solo un ristretto numero. Si tratta del problema legato alla forza lavoro. Da una parte si prevede che, nei prossimi anni, robot e intelligenze artificiali faranno diminuire in modo sensibile i posti di lavoro; al contrario, però, saranno sempre più richieste figure professionali in grado di programmare e gestire tali robot. Vale a dire, ci sarà sempre più bisogno di software engineer. Si potrebbe pensare che ciò non dovrebbe rappresentare un problema in un paese ipertecnologico come il Giappone, ma non è così, a causa di due fattori. Il primo riguarda l’emigrazione contro l’immigrazione. Sempre più “cervelli”, come diciamo spesso a riguardo dell’Italia, decidono di emigrare all’estero, in particolar modo verso l’America, al fine di reperire fondi e avere possibilità di finanziamento per progetti innovativi. Dall’altro lato, però, l’immigrazione è scarsissima, al contrario di quanto accade nei Paesi europei. Morale della favola, potrebbe esserci una vera e propria crisi di forza lavoro specializzata nel settore informatico. Impossibile trovare una soluzione? In realtà la soluzione già ci sarebbe, a patto però che avvenga una vera e propria rivoluzione culturale che porti a riconsiderare il ruolo che “l’altra metà del cielo” potrebbe avere in ambito informatico. Se, infatti, in Italia ancora esiste una discriminazione tra uomini e donne, argomento di cui non si cessa mai di parlare e che, a dispetto di quella che sembrerebbe essere una acquisita “parità del diritti”, è ancora ben lungi dall’essere realizzata, il divario abissale che esiste tra uomini e donne in Giappone è ancora ben lungi dall’essere colmato. Tanto più questo accade in un settore che, come abbiamo detto, è considerato tradizionalmente unicamente praticabile dagli uomini. Ma una piccola rivoluzione è già in atto, e si chiama “Women who code Tokyo”. “Women who code” è un’iniziativa che ha avuto origine negli USA nel 2013, e che appena un anno dopo, nel 2014, si è trapiantata anche in terra nipponica. In sostanza, si tratta di una “community” virtuale, e interamente al femminile, che si occupa solo ed esclusivamente di linguaggi di programmazione. “Women who code” è un’organizzazione no profit che attraverso la rete, con il meccanismo dei meet-up, e usando il linguaggio universale dell’informatica, vale a dire l’inglese, ha creato una vasta community di donne ingegnere che si occupano di nuove tecnologie e vogliono sviluppare le proprie competenze. Vengono organizzati forum, convegni, progetti collettivi, corsi di formazione e informazione, in modo tale che le informazioni circolino e ogni partecipante al gruppo possa diventare sempre più esperta nel suo lavoro, e sempre più una professionista specializzata e appetibile nel mercato del lavoro. Quindi le donne si stanno timidamente affacciando a questo nuovo settore di impiego, e non potranno ancora a lungo essere ignorate, soprattutto quando, come detto, si comincerà a soffrire per mancanza di forza lavoro specifica. “Potere alle donne non è uno slogan desueto: solo che adesso si applica soprattutto al mondo della programmazione informatica, dove le donne possono diventare un’importante risorsa.

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Il futuro dell’Uomo e della Macchina

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il futuro dell’Uomo e della Macchina

C’è un dilemma che assilla l’uomo contemporaneo, risvegliato solo poco tempo fa dal dialogo, svoltosi in un codice linguistico inconcepibile per gli esseri umani, sviluppatosi tra due AI (intelligenze artificiali). Accadrà un giorno, come tante volte hanno ipotizzato gli scrittori di fantascienza, che la macchina finirà per essere superiore all’uomo, che lo soppianti e finisca per prenderne il posto? Per capire quanto appassionante sia questa domanda basti pensare al fatto che ha messo a confronto due degli uomini più potenti (e ricchi) del pianeta, vale a dire il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, e il manager di Tesla, Elon Musk. Mentre il primo, in modo molto ottimista, diceva semplicemente di non essere preoccupato da un’eventuale “ascesa delle macchine”, il secondo lo ha definito “superficiale”, in quanto convinto che saranno le macchine a scatenare la terza guerra mondiale. Chi ha regione? Forse la risposta non esiste, o forse la si può trovare in una terza via: quella della compenetrazione pacifica e creativa. C’è un aspetto che si dice spesso essere prerogativa del tutto umana, ed è l’arte. Una macchina non può comporre musica come Beethoven, né dipingere come Michelangelo, o scrivere un romanzo come Tolstoj. Ma è davvero così? In molti hanno sfidato anche questa convinzione, e presto si assisterà ad una nuova sfida uomo-macchina. Per l’esattezza, il confronto avverrà il 9 dicembre a Roma, presso il Palazzo delle Esposizione, nell’ambito del Romaeuropa Festival 2017. Si terrà in quest’occasione un concerto davvero unico nel suo genere, dal titolo “Cracking Danilo Rea”. Il famoso pianista jazz, Danilo Rea, si esibirà, improvvisando, insieme ad un’intelligenza artificiale messa a punto dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma Tre. Lo scopo del concerto-esperimento è cercare di capire se semplicemente Uomo e macchina non possano collaborare, finendo per apprendere qualcosa l’uno dell’altra. Lo stesso presupposto è alla base di “Geek bagatelle”, altro atipico concerto che si è tenuto, sempre nell’ambito del Romaeuropa Festival 217, il 13 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica. Qui la sperimentazione è stata ancora più estrema. L’Orchestra Sinfonica Abruzzese, diretta da Gabriele Bonolis, ha suonato brani del compositore francese Bernard Cavanna, insieme ai ragazzi del Liceo Teresa Gullace Talotta di Roma, condotti da Pierre Bassery. Nel frattempo il pubblico in sala ha potuto intervenire nel concerto tramite un’app realizzata a questo scopo, installata sul proprio smartphone. Pierre Bassery, autore e ideatore della curiosa iniziativa, ha spiegato di aver voluto in questo modo dimostrare che le barriere non esistono che nella nostra testa. Mettere giù la questione uomo-macchina come un “aut aut” dove non sembra esserci alternativa al predominio dell’uno sull’altra, o viceversa, secondo lui è anacronistica. Ha detto di ritenere che la maggior parte del lavoro vada svolta sui giovani che, sempre a suo parere, dovrebbero essere educati all’apprendimento dei linguaggi di programmazione fin dalla più tenera età. Imparando a capire le macchine, a condividerne il modo di esprimersi, i ragazzi di oggi potrebbero diventare gli uomini del futuro capaci di creare un mondo nuovo, dove ci sia integrazione perfino tra l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale. Si tratta di una lettura completamente nuova del problema, e molto intrigante, che si basa sull’importanza di conoscere fino in fondo le cose che noi stesso abbiamo creato, un po’ come quando l’allievo diventa il maestro, e viceversa. A tale scopo padroneggiare fino in fondo le conoscenze informatiche diventa basilare per costruire un futuro di pace e benessere.

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