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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

5 motivi per cui WordPress è una scelta rischiosa per un’attività commerciale

Posted by on Apr 24, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su 5 motivi per cui WordPress è una scelta rischiosa per un’attività commerciale

WordPress è uno dei CMS più popolari e diffusi tra coloro i quali vogliono realizzare in autonomia il proprio sito web ma non hanno conoscenze evolute nell’ambito dei linguaggi di programmazione. Infatti con WordPress si può creare senza difficoltà particolari un blog, e si può anche realizzare un sito aziendale attraverso l’utilizzo dei cosiddetti “plug-in”. In questo sistema si possono trovare centinaia di migliaia di temi diversi per personalizzare al massimo il proprio lavoro, pur usando uno schema predefinito e, per questo, molto semplice e intuitivo. Secondo le più recenti statistiche, almeno un buon 30% di tutti i siti attualmente presenti in rete usano WordPress come sistema di creazione. Per prima cosa, però, bisogna fare una distinzione tra WordPress.org e WordPress.com. Il primo è il sito da cui si può scaricare il software da installare sul proprio dominio e dal quale partire per la sua creazione; il secondo invece è un servizio di web hosting che offre già dei template e dei temi predefiniti. Insomma, a tutti gli effetti WordPress sembra la scelta migliore per chi voglia costruire il proprio sito con una spesa contenuta e con un sistema molto flessibile e personalizzabile. Ma è davvero così? In realtà, WordPress non è la scelta migliore davvero per tutti: una categoria che dovrebbe pensarci due volte prima di adottarlo per creare il proprio sito web è quella delle aziende. Ci sono 5 motivi per cui usare WordPress per un’azienda potrebbe non essere una buona idea. Per prima cosa, ci si deve ricordare sempre che WordPress nasce come CMS per la creazione di blog: in questo senso è davvero eccezionale. Lo è un po’ meno quando si vuole creare un sito web dinamico, che miri a stimolare l’interazione con i propri clienti offrendo dei servizi. Il secondo punto riguarda soprattutto chi usa WordPress.com. Questo sistema di web hosting propone una serie di schemi predefiniti scritti in linguaggio Php che viene convertito in Html a seconda delle esigenze del cliente. Questo processo potrebbe però causare qualche rallentamento, specie nei momenti di maggior traffico web. Anche usando WordPress.org, quindi caricando il CMS sul proprio spazio web, si hanno comunque possibili problemi di rallentamenti nel caricamento delle pagine, per quanto meno sensibili. Ciò potrebbe essere un grave danno per un’attività commerciale: le statistiche dimostrano che le persone abbandonano un sito se devono aspettare troppo a lungo per il caricamento di un elemento (e parliamo comunque di pochi secondi). Inoltre, anche Google penalizza nel posizionamento i siti considerati troppo “lenti”. Il terzo punto da considerare è la necessità di usare i plug in. Ci sono moltissime operazioni che WordPress, di per sé, non compie, e di cui si potrebbe avere bisogno per un sito aziendale. Usando i plug in si hanno moltissime opzioni, ma si appesantisce enormemente il sito con il suo conseguente rallentamento. Inoltre, si apre una corsia preferenziale per l’ingresso di malware. Un altro punto da considerare nell’uso di WordPress è proprio il possibile attacco da parte di hacker. Il sistema, essendo molto diffuso, ed essendo il suo codice di pubblico dominio, è ben noto anche ai malintenzionati che infatti hanno a più riprese attaccato siti costruiti in WordPress. Ci sono numerosi casi, anche recenti, che dimostrano la vulnerabilità di questo CMS. Da ultimo, WordPress non supporta funzionalità di analisi del traffico e dei dati, che invece sono di fondamentale importanza per chi gestisce un business. Quindi, se si vuole aprire un sito per un’attività commerciale, sarebbe opportuno usare altri sistemi diversi da WordPress.

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Quanto è lontana la supremazia quantistica

Posted by on Apr 24, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Quanto è lontana la supremazia quantistica

Al giorno d’oggi noi usiamo dei personal computer che si basano su linguaggi di programmazione che sfruttano il sistema binario il quale, opportunamente combinato, permette di scrivere sequenze in grado di compiere le azioni più disparate. Anche se già questo è un enorme traguardo raggiunto dall’umanità, e anche se negli ultimi decenni i passi in avanti che sono stati fatti nell’uso del personal computer sono davvero incredibili, la comunità scientifica non resta a guardare e cerca di andare ancora oltre. Il prossimo passo che si sta cercando di compiere riguarda il superamento stesso del concetto di classico personal computer per dare vita ad una nuova macchina che già, in nuce, esiste, ma che deve essere perfezionata affinché possa diventare davvero di supporto all’umanità: si tratta del computer quantico. Il computer quantico sfrutta alcuni principi basilari della fisica quantistica, secondo la quale le parti più piccole della materia possono essere influenzate. Tali particelle hanno una prerogativa pressoché unica: ovvero possono esistere contemporaneamente in due diverse condizioni. Questo è un po’ ciò che accade con la corrente elettrica, che in alcuni momenti può girare nello stesso momento in senso orario e in senso antiorario. Mentre i computer tradizionali utilizzano i bit, i qubit che sono le unità di memoria del computer quantico possono sovrapporre le due componenti di un rapporto binario, l’1 e lo 0, e questo permette di trovare la soluzione anche a problemi molto complessi, che un normale computer non sarebbe in grado di risolvere, o quantomeno di farlo molto più rapidamente. Se tutto questo può suonare un po’ come fantascienza, si deve invece sapere che tutti i principali attori del panorama informatico ci stanno già lavorando sopra e che i computer quantici, di fatto, esistono già. Ci sono progetti in merito da parte di colossi come Google, ma anche di piccole start up come Rigetti Computing, IonQ e Quantum Circuits. Chi però ha compiuto i progressi più sensibili è la IBM, che ha creato una macchina che sfrutta il comportamento dei materiali superconduttori, i quali danno vita a due stati di energia elettromagnetica che generano i qubit. Questo sistema escogitato da IBM ha permesso di creare una macchina che si controlla facilmente con un computer tradizionale, che è molto stabile e che promette ottime prestazioni. Mentre la ricerca va avanti, così, ci avviciniamo al punto in cui si verificherà quella che gli scienziati definiscono “supremazia quantistica”, vale a dire il momento in cui il computer quantico soppianterà quelli binari che usiamo oggi. Ma è davvero così? Anche se l’evoluzione della teoria quantistica applicata alle macchine computazionali è notevole, non si può dire che si sia vicini alla creazione di uno strumento che possa trovare davvero largo impiego. Il punto più caldo sembrano essere i linguaggi di programmazione: saranno necessarie diverse generazioni prima che si possano mettere a punto linguaggi atti a programmare un computer quantico. Questo perché i linguaggi attualmente esistenti funzionano su un presupposto completamente diverso. Sarà necessario ribaltare il punto di vista, adottare nuovi occhi, al fine di comunicare direttamente con il computer quantico. In questo saranno sicuramente avvantaggiate le generazioni future: ed è per questo che IBM ha messo in rete, all’interno del cloud, un computer quantico che tutti gli utenti possono utilizzare, al fine di cominciare ad esplorarne la “mente”. Verosimilmente ci vorranno ancora molti anni prima che la supremazia quantistica diventi una realtà.

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Il coding per bambini

Posted by on Mar 26, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il coding per bambini

Ormai non è più solo l’ipotesi di un futuro avveniristico descritto nei libri di fantascienza ma realtà: il coding verrà insegnato già nelle scuole primarie. D’altro canto questa nuova “materia” non deve stupire più di tanto: i bambini di oggi, molto più di noi, si muoveranno in un mondo governato dai computer e dalle loro intelligenze elettroniche. Capire come funzionano e saper “dialogare” con loro sarà dunque di fondamentale importanza per creare un mondo armonico e ben organizzato. Però sono molti quelli che non vedono di buon occhio l’idea che ai bambini vengano insegnati i linguaggi di programmazione fin dalla più tenera età: si teme una sorta di condizionamento mentale, come se in futuro il bambino che oggi viene educato all’informatica debba necessariamente diventare un ingegnere o un programmatore. È ovvio che le cose stanno ben diversamente: il coding deve essere, così come è nelle intenzioni del MIUR che nel 2014 ha inaugurato il progetto “Programmare il futuro” per introdurre la programmazione informatica nei piani scolastici, solo una materia tra le altre. Il piccolo, da grande, potrà seguire la sua inclinazione e diventare quello che vuole, un pasticcere, un maestro, un dirigente di banca… o un programmatore. Conoscere il coding, però, lo aiuterà non solo a padroneggiare in modo più consapevole e adulto il mondo dei computer, con il quale dovrà pur sempre interagire, ma potrà anche fornirgli un valido insegnamento di tipo “filosofico”. I linguaggi di programmazione sono infatti un modo di pensare del tutto inedito per la mente umana, ma molto utile: insegnano infatti a scomporre un problema complesso in blocchi più piccoli, in modo tale da analizzare una problematica in ogni suo aspetto, semplificandola e trovando infine con facilità la soluzione. Se un’altra obiezione che si può muovere è la difficoltà di insegnare una realtà tanto strutturata ad un bambino piccolo, la verità è che le giovani menti sono decisamente malleabili e che i concetti del coding possono penetrare come un gioco, o attraverso un gioco. Già esistono tanti strumenti, anche on line, per cominciare ad impartire i rudimenti dei linguaggi di programmazione ai bambini, in particolar modo di JavaScript, che è uno dei più semplice dei più usati. Ci sono poi accademie che hanno creato dei corsi per i più piccoli, o anche libri che servono a far avvicinare il bimbo al mondo dei computer. Quello più efficace e di gran lunga il più famoso si intitola “Hello Ruby. Avventure nel mondo del coding” ed è stato scritto da Linda Liukas; si rivolge a ragazzi dai 7 anni in su e serve a far prendere familiarità con alcuni concetti base del coding attraverso un’avventura fantastica e divertente. Un altro mezzo che sembra molto efficace per far avvicinare i più giovani all’informatica è il famoso gioco della Mojang Minecraft: pare infatti che siano ben 85 milioni i bambini che sono riusciti ad apprendere i concetti base del coding attraverso Minecraft. Minecraft è un videogioco stile sandbox all’interno del quale l’utente può praticamente fare ciò che vuole, rispettando solo poche basilari regole: divertendosi e giocando, i bambini possono così capire come funziona la “mente” che c’è dietro ciò che vedono realizzarsi sullo schermo. Non a caso proprio Minecraft è stato usato lo scorso fine settimana di marzo, il 20 e il 21, a Firenze nell’ambito dell’iniziativa “Firenze dei bambini”. Nel gioco è stata creata una versione virtuale del Museo del Novecento, un po’ come era già stato fatto a Londra ricreando il grande incendio che invase la città britannica nel 1666.

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La didattica e l’informatica

Posted by on Mar 26, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su La didattica e l’informatica

Che sia diventato necessario trasmettere anche a livello scolastico le materie connesse alle nuove tecnologie è un dato di fatto ormai assodato: eppure ci si potrebbe chiedere perché insegnare ai ragazzi qualcosa che dovrebbe competere solo una ristretta cerchia di “addetti ai lavori”. Per dirla in altri termini: in un futuro ormai prossimo ognuno di noi avrà la necessità di interfacciarsi con i computer, i software e le applicazioni per svolgere la maggior parte delle più semplici operazioni quotidiane. Ma perché ognuno di noi dovrebbe apprendere fin dai banchi di scuola il meccanismo che c’è dietro agli strumenti che utilizziamo? Non potrebbe bastarci che a conoscerlo siano coloro che sono chiamati a mettere a punto questi strumenti? La risposta è no, e il motivo è il seguente. I linguaggi di programmazione sono quello che ci serve per “comunicare” con le macchine, per impartire loro degli ordini e per permettere loro di svolgere dei comandi in modo automatico. In realtà, però, dietro ai linguaggi di programmazione c’è un altro tipo di linguaggio, che ognuno di noi dovrebbe conoscere semplicemente perché esso consente di capire il modo stesso in cui funziona tutto il mondo dell’informatica. In sostanza, conoscere tale linguaggio serve a non farsi padroneggiare dalle macchine, ma a padroneggiarle. È il modo per scongiurare la visione fantascientifica del futuro in cui gli uomini saranno sottomessi dai robot e dalle intelligenze artificiali. Questo linguaggio dietro il linguaggio altro non è che il “coding” o, per usare la lingua italiana, il linguaggio computazionale. Il linguaggio computazionale fu messo a punto nel corso dell’Ottocento da tre personaggi poco noti, ma ai quali dobbiamo gran parte delle innovazioni tecnologiche di cui ci avvaliamo oggi giorno. Si tratta di: Charles Babbage, che per primo ideò il calcolatore meccanico universale; Ada Lovelace, che scrisse il primo programma che potesse funzionare sul calcolatore di Babbage; e infine Alan Turing, il quale discusse come tesi di laurea il concetto di “calcolabilità”. Sono queste tre persone che hanno inventato il concetto di computer così come lo consociamo oggi, e che soprattutto hanno messo a punto gli algoritmi, che non sono altro che la descrizione del modo in cui il cervello umano comunica con il cervello meccanico. Ecco dunque il motivo per cui è importante, anzi, fondamentale insegnare l’informatica a scuola: tutti devono conoscere le basi che hanno reso possibile ciò che per noi oggi è quotidianità, per farne in futuro un mestiere o semplicemente per poterne comprendere il funzionamento. Oltre all’informatica, però, andrebbe impartita anche quella che viene definita, con un neologismo, “educazione civica digitale”: avere piena consapevolezza delle nuove tecnologie è basilare anche per esercitare i propri diritti in modo consapevole. Più di ogni altra materia, però, è necessario che ai ragazzi vengano impartiti i rudimenti del “pensiero computazionale”, ovvero la capacità di elaborare soluzioni algoritmiche. La questione non è più velleitaria ma di fondamentale importanza per il futuro di ogni Paese, quindi anche dell’Italia, dove il CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) ha presentato un documento dal titolo “Proposta di Indicazioni Nazionali per l’Insegnamento dell’Informatica nella Scuola”, mentre il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sta mettendo a punto un “Sillabo di Educazione Civica Digitale”. L’Italia ha il primato dell’insegnamento del coding nelle scuole, primato di cui si deve andare orgogliosi perché segna il primo passo verso un futuro in cui ogni cittadino sia maggiormente padrone delle infinite risorse che l’informatica mette a sua disposizione.

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Il nuovo linguaggio quantico Q#

Posted by on Feb 28, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il nuovo linguaggio quantico Q#

Il mondo dell’informatica fa sempre dei passi in avanti e i grandi colossi del settore fanno a gara per non restare indietro e per offrire al proprio pubblico di fruitori una gamma sempre aggiornata di prodotti e strumenti per poter essere aggiornati e concorrenziali. Ad esempio, sembra che una delle prossime frontiere che verranno esplorate avrà a che vedere con un nuovo tipo di computer, più evoluto, che funziona su presupposti completamente diversi da quelli tradizionali. I pc che usiamo oggi giorno sono chiamati anche “macchine di Von Neumann”, dal nome di colui che per primo teorizzò l’architettura informatica entro la quale potessero funzionare i vari programmi e applicazioni. Diversi sono invece i computer quantistici, che sfruttano i principi della fisica dei quanti e che, almeno nelle intenzioni di chi li ha progettati, dovrebbero essere in grado di raggiungere traguardi e di realizzare performances molto più evolute e complesse di quello che sono in grado di fare le attuali macchine di Von Neumann. I computer quantici vengono programmati manualmente, ovvero aprendo e chiudendo delle “porte” nei computer tradizionali per il tempo necessario a svolgere le operazioni desiderate. Questo perché non esisteva ancora un linguaggio di programmazione specifico per i computer quantici, linguaggio che ora invece è stato messo a punto dalla Microsoft e che si chiama Q#. Il linguaggio Q# fa parte di un pacchetto chiamato Quantum Development kit, che comprende una serie di strumenti che permettono di accedere ad un simulatore di computer quantico. Quando lo sviluppatore inizia a creare il codice sorgente ha dunque accesso al simulatore, una macchina virtuale a cui si ha accesso dal proprio pc e che viene ospitata in cloud computing sui server Microsoft di Azure. Usare Q# non è affatto difficile, visto che il suo funzionamento replica da vicino quello del Visual Studio, la suite di programmazione informatica classica composta da linguaggi tradizionali quali C, C++, C#, F#, Visual Basic .Net, Html e JavaScript. Anche se si stanno facendo molti progressi, l’informatica quantica presenta ancora parecchi limiti da mettere al vaglio e tentare di superare. Ad esempio, i computer funzionano solo a temperature vicine agli 0 gradi Kelvin ed hanno possono avere capacità di calcolo limitata. Inoltre sono state rilevate a volte delle interferenze tra i qubit e l’ambiente circostante. La conseguenza di questo è che a volte i risultati di un’operazione possono essere influenzati da fattori esterni che sono del tutto indipendenti dalle capacità del programmatore, che non ha neppure la capacità di prevederli. Un altro obiettivo che si è posto Microsoft è dunque quello di creare dei computer quantici che possano contrastare questo tipo di interferenze, usando dei qubit a tale scopo. A questo punto però ci si potrebbe chiedere quale sia l’effettiva utilità di sviluppare questo nuovo sistema informatico con relativo linguaggio di programmazione. Le applicazioni possibili, in realtà, sono davvero numerose. L’uso dei qubit potrebbe servire a mettere a punto dei nuovi ritrovati medici, portare avanti la sperimentazione sulle intelligenze artificiali, e aiutare a contrastare i cambiamenti climatici. In primis potrebbe offrire delle nuove soluzioni alla sicurezza informatica, visto l’ampio uso che si potrebbe fare del linguaggio Q# nell’ambito della crittografia. Un nuovo capitolo è dunque stato aperto, e chi vuole può usare la macchina informativa virtuale messa a disposizione da Microsoft per cimentarsi con il mondo dell’informatica quantica, che a quanto pare potrebbe proporsi come un’alternativa a quella tradizionale che usiamo attualmente.

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La piattaforma Arduino e le sue potenzialità

Posted by on Feb 28, 2018 in Uncategorized | Commenti disabilitati su La piattaforma Arduino e le sue potenzialità

Quando si parla di informatica, di linguaggi di programmazione e di nuove tecnologie, il pensiero corre subito agli Stati Uniti d’America, alla Silicon Valley, o all’estremo Oriente, alla Cina e al Giappone. Molti di noi ignorano invece che uno dei sistemi informatici dalle maggiori potenzialità, e che già oggi trova innumerevoli campi di applicazione, è interamente italiano: stiamo parlando di Arduino. Arduino è allo stesso tempo un linguaggio di programmazione e una scheda hardware; insieme costituisce una piattaforma capace di far sviluppare tantissime idee innovative soprattutto del tanto decantato IoT (Internet of Things). Arduino nasce nel 2005 ad Ivrea, nella scuola creata in collaborazione da Olivetti e Telecom Italia, ovvero l’Interaction Design Institute. Una delle caratteristiche più interessanti della piattaforma è che fin dal primo momento essa è stata pensata come open source, quindi ha dato vita ad una folta comunità di sviluppatori e programmatori, tra i quali molti studenti, che hanno permesso a questa realtà di crescere moltissimo in pochissimo tempo. Arduino ha quindi dimostrato capacità di sviluppo che non sono passate inosservate. Nel 2013 alcune delle realtà più consolidate nel campo tecnologico, tra le quali Intel, si sono accordate per dare vita a schede che oggi vengono usate da Galileo ed Edison, usando come base Arduino e collaborando con esso. Persino la Microsoft ha pensato di utilizzare Arduino per un suo progetto, creando un microcomputer con connettività wi-fi che si chiama Arduino Yùn. Tanta versatilità del sistema è dovuto al fatto che esso altro non è che una scheda che è capace di elaborare input in entrata trasformandolo in input in uscita che possono essere di diversa natura: suoni, segnali luminosi ed altro. Alla base di tutto il funzionamento c’è ovviamente il linguaggio di programmazione che è, come tutto il progetto, open source. Come dicevamo, la sua natura “aperta” ma anche la sua relativa semplicità di utilizzo hanno fatto di Arduino la base di programmazione più usata da hobbisti e appassionati di tutto il mondo, che sono riusciti a mettere a punto dei dispositivi wearable di grande interesse. Arduino ha anche un altro grande vantaggio: il kit di base è assai poco costoso, appena 50 dollari nella versione preassemblata e anche meno in quella da assemblare. Non stupisce che abbia dato vita ad una community di “artigiani del digitale” che si ritrovano spesso nell’ambito delle fiere dell’innovazione. Ma non si deve pensare che Arduino sia una piattaforma destinata ad un uso dilettantistico: le sue potenzialità l’hanno resa utilizzabile in molti ambiti di pubblico interesse. Vediamo dunque alcune delle realtà che sono state rese possibili tramite l’impiego della scheda e del linguaggio di programmazione di Arduino. Arduino ha fatto fare grandi passi in avanti al settore della domotica, vale a dire al settore dell’automazione di operazioni che devono essere svolte quotidianamente. Ha anche dato un grande aiuto all’agricoltura, ad esempio nella gestione delle serre. Come sappiamo, una serra deve avere costanti condizioni di umidità e temperatura. Con Arduino è possibile monitorare questi valori in modo automatico, e correggerli all’occorrenza. Con Arduino sono stati costruiti dei sensori in grado di rivelare il grado di inquinamento ambientale, e in alcuni casi anche di mettere in pratica una serie di azioni volte ad arginarlo. Arduino è stato usato anche in campo automobilistico, per monitorare il tasso alcolemico nel sangue e per i sensori di parcheggio. Infine è anche usato nel settore delle nuove energie per ottimizzare lo sfruttamento della luce del sole. Niente male, per un brevetto tutto italiano.

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