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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

A Taranto convegno tra uroginecologia e archeologia

Sappiamo tutti di vivere in un contesto storico in cui bisogna fare molta attenzione alle parole che si utilizzano. Dal momento in cui è stata coniata per la prima volta l’espressione “politically correct” è diventato necessario usare una terminologia ben specifica per evitare di “offendere” determinate categorie. Così un netturbino è un operatore ecologico, un cieco è un non vendente, un nero è una persona di colore. Come se l’uso di una parola piuttosto che un’altra potesse cambiare la sostanza, o l’opinione nella testa di chi la pronuncia. Sta di fatto che così vanno le cose, e che l’ondata del “politically correct” non ha risparmiato nemmeno un ambito che all’apparenza dovrebbe essere quello più lontano di tutti, ovvero i linguaggi di programmazione. In che modo si potrebbero trovare offensivi o sbagliati dei termini che si riferiscono ad un ambito puramente tecnologico, e che quindi non hanno a che fare con la comunicazione diretta tra persone? Eppure è accaduto anche questo, relativamente a due termini molto diffusi nei codici informatici. I termini “incriminati” sono “master” e “slave”, che significano rispettivamente “padrone” e “schiavo”. La schiavitù è una realtà chiaramente deprecabile, e purtroppo non è nemmeno stata debellata completamente sulla faccia della terra. Ma perché l’uso del termine “slave” dovrebbe essere bandito anche dai codici dell’informatica? La questione è nata già qualche anno fa e ha investito molte realtà che si occupano di fare sviluppo di programmi. Quella che più di altre ha preso seriamente la questione è Python. Il team di sviluppo di questo linguaggio di programmazione ha infatti affrontato il quesito posto da alcuni utenti, relativo alla possibilità di sopprimere i termini “master” e “slave”, con molta serietà, tanto da giungere alla conclusione che in effetti queste due parole dovrebbero essere bandite anche dal dizionario informatico. L’ultima parola in merito è toccata a Guido Van Rossum, che è il creatore di Python, che ha dato la definitiva convalida all’espunzione dei due termini in questione dal linguaggio di programmazione. Questo però potrebbe essere più facile a dirsi che a farsi. Infatti in un linguaggio di programmazione i termini si trovano esattamente dove dovrebbero stare e insieme creano dei comandi ben specifici, che potrebbero non funzionare più a dovere qualora si vada a modificare qualcosa in questo meccanismo pressoché perfetto, di certo matematico. Python non è l’unica realtà che si è occupata della questione: anche Drupal ha deciso di eliminare i due termini “master” e “slave” sostituendoli con due equivalenti che, nello specifico, sono “primary” e “replica”. La soluzione escogitata da Drupal è stata una delle più gettonate, tanto che è stata adottata da molte altre realtà che operano nel campo della programmazione informatica come IBM e Microsoft. Django invece ha optato per la coppia alternativa “leader” e “follower”. Tutto questo fermento trova la sua convalida in una decisione presa ormai qualche anno fa, nel 2004, da The Global Language Monitor. Quell’anno infatti, nel suo “Top Politically (in)Correct Words”, si definirono come “termine politicamente più scorretto di quell’anno” proprio le parole “master” e “slave” nell’industria tecnologica. Il punto della questione resta sempre lo stesso: a cosa serve imporre alle principali case di programmazione di rivedere in modo tanto radicale i sistemi che hanno adottato per decenni? Non sarà certo la sostituzione di due termini che interessano solo agli addetti ai lavori che si eliminerà la schiavitù nel mondo. A volte sembra proprio che ci sia chi si diverte a scatenare tempeste in un bicchiere.

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