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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

La didattica e l’informatica

Che sia diventato necessario trasmettere anche a livello scolastico le materie connesse alle nuove tecnologie è un dato di fatto ormai assodato: eppure ci si potrebbe chiedere perché insegnare ai ragazzi qualcosa che dovrebbe competere solo una ristretta cerchia di “addetti ai lavori”. Per dirla in altri termini: in un futuro ormai prossimo ognuno di noi avrà la necessità di interfacciarsi con i computer, i software e le applicazioni per svolgere la maggior parte delle più semplici operazioni quotidiane. Ma perché ognuno di noi dovrebbe apprendere fin dai banchi di scuola il meccanismo che c’è dietro agli strumenti che utilizziamo? Non potrebbe bastarci che a conoscerlo siano coloro che sono chiamati a mettere a punto questi strumenti? La risposta è no, e il motivo è il seguente. I linguaggi di programmazione sono quello che ci serve per “comunicare” con le macchine, per impartire loro degli ordini e per permettere loro di svolgere dei comandi in modo automatico. In realtà, però, dietro ai linguaggi di programmazione c’è un altro tipo di linguaggio, che ognuno di noi dovrebbe conoscere semplicemente perché esso consente di capire il modo stesso in cui funziona tutto il mondo dell’informatica. In sostanza, conoscere tale linguaggio serve a non farsi padroneggiare dalle macchine, ma a padroneggiarle. È il modo per scongiurare la visione fantascientifica del futuro in cui gli uomini saranno sottomessi dai robot e dalle intelligenze artificiali. Questo linguaggio dietro il linguaggio altro non è che il “coding” o, per usare la lingua italiana, il linguaggio computazionale. Il linguaggio computazionale fu messo a punto nel corso dell’Ottocento da tre personaggi poco noti, ma ai quali dobbiamo gran parte delle innovazioni tecnologiche di cui ci avvaliamo oggi giorno. Si tratta di: Charles Babbage, che per primo ideò il calcolatore meccanico universale; Ada Lovelace, che scrisse il primo programma che potesse funzionare sul calcolatore di Babbage; e infine Alan Turing, il quale discusse come tesi di laurea il concetto di “calcolabilità”. Sono queste tre persone che hanno inventato il concetto di computer così come lo consociamo oggi, e che soprattutto hanno messo a punto gli algoritmi, che non sono altro che la descrizione del modo in cui il cervello umano comunica con il cervello meccanico. Ecco dunque il motivo per cui è importante, anzi, fondamentale insegnare l’informatica a scuola: tutti devono conoscere le basi che hanno reso possibile ciò che per noi oggi è quotidianità, per farne in futuro un mestiere o semplicemente per poterne comprendere il funzionamento. Oltre all’informatica, però, andrebbe impartita anche quella che viene definita, con un neologismo, “educazione civica digitale”: avere piena consapevolezza delle nuove tecnologie è basilare anche per esercitare i propri diritti in modo consapevole. Più di ogni altra materia, però, è necessario che ai ragazzi vengano impartiti i rudimenti del “pensiero computazionale”, ovvero la capacità di elaborare soluzioni algoritmiche. La questione non è più velleitaria ma di fondamentale importanza per il futuro di ogni Paese, quindi anche dell’Italia, dove il CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) ha presentato un documento dal titolo “Proposta di Indicazioni Nazionali per l’Insegnamento dell’Informatica nella Scuola”, mentre il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sta mettendo a punto un “Sillabo di Educazione Civica Digitale”. L’Italia ha il primato dell’insegnamento del coding nelle scuole, primato di cui si deve andare orgogliosi perché segna il primo passo verso un futuro in cui ogni cittadino sia maggiormente padrone delle infinite risorse che l’informatica mette a sua disposizione.

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