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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

Women who code Tokyo

Il mondo dall’informatica, e in particolar modo quello della programmazione, è da sempre considerato di esclusivo appannaggio maschile. Ma attualmente le cose stanno decisamente cambiando, un po’ per amore e un po’ per forza. Prendiamo ad esempio uno dei Paesi in cui la digitalizzazione si può considerare tra le più evolute, il Giappone. In Giappone l’industria legata al settore tech è molto avanzata e si prevede che in futuro conoscerà sviluppi sempre maggiori, ma presenta delle problematiche che devono essere sciolte in tempi brevi, e che non presentano tantissime possibili soluzioni, ma solo un ristretto numero. Si tratta del problema legato alla forza lavoro. Da una parte si prevede che, nei prossimi anni, robot e intelligenze artificiali faranno diminuire in modo sensibile i posti di lavoro; al contrario, però, saranno sempre più richieste figure professionali in grado di programmare e gestire tali robot. Vale a dire, ci sarà sempre più bisogno di software engineer. Si potrebbe pensare che ciò non dovrebbe rappresentare un problema in un paese ipertecnologico come il Giappone, ma non è così, a causa di due fattori. Il primo riguarda l’emigrazione contro l’immigrazione. Sempre più “cervelli”, come diciamo spesso a riguardo dell’Italia, decidono di emigrare all’estero, in particolar modo verso l’America, al fine di reperire fondi e avere possibilità di finanziamento per progetti innovativi. Dall’altro lato, però, l’immigrazione è scarsissima, al contrario di quanto accade nei Paesi europei. Morale della favola, potrebbe esserci una vera e propria crisi di forza lavoro specializzata nel settore informatico. Impossibile trovare una soluzione? In realtà la soluzione già ci sarebbe, a patto però che avvenga una vera e propria rivoluzione culturale che porti a riconsiderare il ruolo che “l’altra metà del cielo” potrebbe avere in ambito informatico. Se, infatti, in Italia ancora esiste una discriminazione tra uomini e donne, argomento di cui non si cessa mai di parlare e che, a dispetto di quella che sembrerebbe essere una acquisita “parità del diritti”, è ancora ben lungi dall’essere realizzata, il divario abissale che esiste tra uomini e donne in Giappone è ancora ben lungi dall’essere colmato. Tanto più questo accade in un settore che, come abbiamo detto, è considerato tradizionalmente unicamente praticabile dagli uomini. Ma una piccola rivoluzione è già in atto, e si chiama “Women who code Tokyo”. “Women who code” è un’iniziativa che ha avuto origine negli USA nel 2013, e che appena un anno dopo, nel 2014, si è trapiantata anche in terra nipponica. In sostanza, si tratta di una “community” virtuale, e interamente al femminile, che si occupa solo ed esclusivamente di linguaggi di programmazione. “Women who code” è un’organizzazione no profit che attraverso la rete, con il meccanismo dei meet-up, e usando il linguaggio universale dell’informatica, vale a dire l’inglese, ha creato una vasta community di donne ingegnere che si occupano di nuove tecnologie e vogliono sviluppare le proprie competenze. Vengono organizzati forum, convegni, progetti collettivi, corsi di formazione e informazione, in modo tale che le informazioni circolino e ogni partecipante al gruppo possa diventare sempre più esperta nel suo lavoro, e sempre più una professionista specializzata e appetibile nel mercato del lavoro. Quindi le donne si stanno timidamente affacciando a questo nuovo settore di impiego, e non potranno ancora a lungo essere ignorate, soprattutto quando, come detto, si comincerà a soffrire per mancanza di forza lavoro specifica. “Potere alle donne non è uno slogan desueto: solo che adesso si applica soprattutto al mondo della programmazione informatica, dove le donne possono diventare un’importante risorsa.

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