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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

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Possono le intelligenze artificiali comunicare tra di loro?

Posted by on Ott 19, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Possono le intelligenze artificiali comunicare tra di loro?

La fantascienza, sia quella letteraria che cinematografica, ha molto spesso ipotizzato un futuro distopico in cui le cosiddette “AI”, le intelligenze artificiali, potrebbero diventare in grado di surclassare l’uomo, di organizzarsi tra di loro e quindi di causare la fine, o la sottomissione, del genere umano. Uno degli esempi più celebri è il computer HAL 9000 che compare nel film di Stanley Kubrick “2001 Odissea nello spazio” (1968). HAL, che dovrebbe essere soltanto un computer di bordo capace però di funzionalità avanzate, ad un certo punto acquisisce consapevolezza di sé prendendo decisione autonome e senza rispondere più ai comandi dell’equipaggio, uccidendone i componenti uno dopo l’altro. Questa, come dicevamo, non è che fantascienza partorita dall’immaginario umano; ma la grande evoluzione tecnologica a cui siamo andati incontro negli ultimi anni ci fa spesso interrogare su quanto certe remote paure potrebbero presto diventare reali. Questo è il motivo per cui di recente ha fatto molto scalpore un episodio avvenuto durante un esperimento condotto dagli sviluppatori di Facebook, il popolare social network. Tale esperimento aveva come scopo la creazione di intelligenze artificiali in grado di comunicare tra di loro facendo dei semplici calcoli di divisione. Si trattava più nello specifico di due “bot”: così sono chiamate le macchine programmate per parlare come gli esseri umani e dare l’illusione, a chi si trovi a conversare con loro, di stare chiacchierando con una persona in carne ed ossa. Questi bot sono utili in molte applicazioni informatiche e sviluppano un linguaggio in tutto simile al nostro poiché copiano i dati che vengono immessi al loro interno; non sono però capaci di formulare un pensiero originale. Viceversa la due AI create dagli sviluppatori di Facebook, che comunicavano tra di loro in lingua inglese, ad un certo punto hanno cominciato ad esprimersi in un modo completamente nuovo. Mettevano insieme le parole dando vita a frasi senza senso per gli esseri umani, ma evidentemente di senso compiuto per loro due, come se avessero creato lì per lì un nuovo codice con il quale poter comunicare tra di loro senza essere capite dagli altri. Questo ha creato un certo allarmismo e ha dato vita a numerosi titoli roboanti sui giornali, ma è opportuno ridimensionare tutta la questione. I due bot hanno iniziato a sviluppare questo “linguaggio” proprio, così hanno spiegato l’accaduto i tecnici che vi stavano lavorando sopra, perché non era stato loro imposto l’uso della lingua inglese. Poiché usavano quel linguaggio, ma non avevano come vincolo quello di utilizzarne grammatica e sintassi, ad un certo punto le due AI hanno trovato una “scorciatoia”, ovvero un modo più conciso ed efficace di comunicare. Questa è infatti la più grande prerogativa dei bot, ovvero possono imparare gli uni dagli altri mentre svolgono il compito che gli è stato affidato dall’uomo. Quindi non si può parlare, come qualcuno ha fatto, di una “rivolta delle macchine”: semplicemente questi due programmi hanno trovato un modo più efficace di raggiungere l’obiettivo che era stato loro prefissato, e non è neppure la prima volta che questo accade, a quanto pare. Qualcuno ha quindi ipotizzato che sarebbe il caso di lasciare che le AI creino questo loro “linguaggio”: sarebbe possibile rendere più facile l’interazione tra i dispositivi smart di cui oggi abbiano la possibilità di avvalerci. Ma ci si chiede ancora: e quali potrebbero essere gli sviluppi futuri di una simile libertà? Soprattutto, che conseguenze potrebbe portare permettere alle macchine di creare una lingua che l’uomo non è in grado di comprendere?

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Il codice open source più adatto ad ogni progetto

Posted by on Ott 19, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il codice open source più adatto ad ogni progetto

Al giorno d’oggi esistono tanti diversi linguaggi di programmazione che possono essere utilizzati per scrivere un’app o un software. Per un programmatore è quindi diventato molto difficile scegliere quello più adatto al progetto al quale si accinge a lavorare, perché le possibilità sono davvero tante e non è possibile sapere in anticipo se il codice open source che stiamo adottando garantirà davvero di portare a termine il lavoro o ad un certo punto non si dimostrerà insufficiente per realizzare tutto quello che avevamo in mente. Non bisogno però disperare: ci sono dei “trucchetti” che ci possono aiutare a scegliere per il meglio. Più che trucchetti potremmo parlare di “consigli”, di saggi accorgimenti comportamentali che, per quanto a loro volta non possano assicurarci il successo o l’infallibilità, ci consentiranno di scegliere per il meglio e di ridurre al massimo il margine di errore. La prima cosa a cui devi badare è che il linguaggio open source che stai per sposare per il tuo progetto sia corrispondente alle tue capacità: anche se un linguaggio ti sembrerebbe perfetto per quello che hai in mente di fare ma tu fatichi a capirlo e ti rendi conto che non è alla tua portata, o semplicemente non rientra nelle tue corde, abbandonalo. È impossibile scrivere un buon programma con un linguaggio che si capisce poco o niente: sarebbe come voler cercare di scrivere un romanzo in un linguaggio di cui non si possiedono che pochi vocaboli. In secondo luogo, cerca sempre codici open source che siano supportati da una larga comunità. Come ben saprai se lavori come programmatore è impossibile che un lavoro fili liscio dall’inizio alla fine. Arriverà sicuramente il momento in cui avrai un intoppo, si verificherà un bug o un problema a cui non riesci a trovare una soluzione. Se il linguaggio che ha prescelto gode di una vasta comunità che si confronta attraverso i forum di discussione potrai facilmente dialogare con gli altri programmatori che, con tutta probabilità, hanno incontrato prima di te il tuo problema e potranno fornirti una rapida soluzione. Nel peggiore dei casi potranno offrirti la loro esperienza e i loro suggerimenti per tentare di risolverlo. Terzo punto, controlla sempre quanti download sono stati effettuati del codice open source che hai deciso di scegliete. Non sempre ciò che è nazional popolare è necessariamente migliore di altro, ma questo assunto non vale in informatica dove è valido solo ciò che viene utilizzato dalla maggior parte dei programmatori. Se un linguaggio di programmazione viene usato poco questo può significare un’unica cosa: sta per diventare obsoleto e se tu scrivi il tuo progetto usandolo presto dovrai cambiare linguaggio perché non riuscirai più a trovare aggiornamenti o strumenti utili per risolvere i tuoi problemi. Infine seleziona sempre un codice open source rispetto al quale tu possa reperire tanto materiale in rete: documenti, files, manuali di utilizzo, tutto ti sarà utile per comprenderlo il meglio possibile e saperlo usare in tutte le sue sfaccettature. Per questo più fonti hai e meglio è. Come ultimissimo consiglio però devi ricordare anche un’altra cosa: il linguaggio di programmazione perfetto non esiste ed è quindi altamente improbabile che tu riesca a trovare un codice che corrisponda a tutte le caratteristiche che sono state elencate in questo articolo. In ultima analisi quindi la decisione spetta unicamente a te, facendo un bilancio sui pro e sui contro che più si confanno al tuo specifico progetto.

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Cosa sono le ICO e in che modo possono cambiare il crowdfunding

Posted by on Ott 19, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Cosa sono le ICO e in che modo possono cambiare il crowdfunding

Il termine “crowdfunding” è ormai stato sdoganato in tutto il mondo, anche in Italia, e soprattutto è ampiamente utilizzato per moltissimi progetti. Che cos’è il crowdfunding? Potremmo semplificare dicendo che è una sorta di colletta 2.0: Chi ha un’idea imprenditoriale, chi vorrebbe iniziare una nuova attività, chi vorrebbe mettere a punto una nuova app o un nuovo dispositivo digitale ma non ha capitali iniziali può chiederli ad una platea di persone tramite delle piattaforme web. Ci si pone un obiettivo e chi vuole o può fa una “promessa di donazione” che, nel momento in cui si riuscire a raggiungere la cifra stabilita, si trasformerebbe in un versamento reale di denaro seguito, di solito, da una ricompensa del beneficiario. Attualmente si sta diffondendo in rete un’evoluzione del crowfunding che si chiama ICO (Initial Coin Offer) e che utilizza le cosiddette “criptovalute”. Cosa sono le criptovalute? Si tratta di “monete digitali” a tutti gli effetti, denaro che viene generato da linguaggi crittografici all’interno di reti peer-to-peer, vale a dire che si scambiano informazioni tra di loro. La criptovaluta più famosa e diffusa è BitCoin, ma se ne stanno creando anche molte altre. Le criptovalute consentono di pagare in modo del tutto sicuro in internet, sfuggono ad un controllo centralizzato e possono esser convertite in una delle tante valute legali. L’ICO non è altro che una piattaforma di crowdfunding dove il finanziamento al progetto prescelto non viene effettuato tramite una promessa di donazione ma attraverso una donazione in criptovaluta, la quale può essere scambiata già all’interno della piattaforma nella quale viene investita. L’innovazione principale che ciò introduce all’interno delle raccolte fondi on line è che il sistema sfugga ad un controllo centrale e si genera all’interno del crowdfunding stesso, diventando dunque più efficace ed immediato. Il nuovo linguaggio di programmazione che sta alla base delle piattaforme ICO che sono nate negli ultimi tempi (tra le principali ricordiamo ICO-alert, ICOList e Bancor) nasce da esperienze apparentemente diverse tra di loro ma che hanno condotto in una direzione comune. Uno dei primissimi ICO può considerarsi la raccolta fondi “Alberiamo Milano” il cui obiettivo era quello di raccogliere fondi al fine di comprare nuovi alberi da mettere a dimora nella città lombarda. Per promuovere la campagna fu creato un sito che funzionava su una rete peer-to-peer e con un linguaggio di programmazione Turing, in grado di far circolare le informazioni all’interno dello stesso ambiente virtuale e quindi anche le risorse finanziarie. Nel 2015 i Foo Fighters, nota band rock, fu invitata a suonare a Cesena attraverso un concerto “virtuale” a cui parteciparono centinaia di musicisti che tutti insieme intonarono una delle loro più celebri canzoni, “Learn to fly”. Da queste esperienze riuscite di condivisione si sono fatti degli ulteriori passi in avanti fino ad arrivare agli ICO veri e propri, che tanti vedono come una grande opportunità per il futuro e tanti ancora invece guardano con sospetto. Le criptovalute sono svincolate dalle banche nazionali e dai controlli finanziari che invece regolano le monete “reali”. Si teme dunque che possano dare adito a comportamenti illegali o fraudolenti, ma questa eventualità si corre sempre e in qualunque caso. Bisognerebbe invece cercare di capire meglio questo strumento al fine di poterlo sfruttare al massimo per semplificare la vita dei consumatori, e soprattutto bisognerebbe rivedere la normativa alla luce dei grandi cambiamenti in atto anche nel mondo economico e finanziario.

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HachNight@Museum al Museo di Capodimonte

Posted by on Set 11, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su HachNight@Museum al Museo di Capodimonte

Nelle giornate del primo e 2 luglio 2017 presso il Museo di Capodimonte si è svolto un evento che potrebbe sembrare avere ben poco a che fare con una struttura museale, ma che in realtà è servito proprio ad aprire un nuova finestra sul futuro. L’evento è una sorta di anticipazione della grande manifestazione che si svolgerà a Roma nel mese di dicembre, ovvero la “Maker Faire Rome”, una fiera dedicata alle nuove tecnologie e ai dispositivi tecnologici del futuro. La Fiera sarà preceduta infatti da una serie di eventi che si raggruppano sotto l’egida collettiva di “Aspettando Maker Faire Rome” di cui i due giorni di Capodimonte sono stati il primo appuntamento. Ma cosa è successo esattamente nel museo? Si è svolta un “hackaton challenge”. L’hackaton è una maratona di programmazione, una non stop durante la quale dei team formati da programmatori, esperti di informatica, hacker e appassionati collaborano insieme per mettere a punto un software, un nuovo sistema, un linguaggio inedito. A Capodimonte questa maratona è stata trasformata in una gara tra giovani talenti al fine di realizzare diversi progetti. Tutto l’evento è andato sotto il nome di “The Big HackNight@Museum” ed è stato organizzato da Sviluppo Campania con il supporto di Codemotion e ovviamente del Museo di Capodimonte che ha offerto uno scenario davvero unico alla gara. Per l’esattezza le competizioni che si sono svolte sono state ben otto, perché altrettante sono state le tematiche che i giovani partecipanti hanno dovuto affrontare per conquistare la palma della vittoria. Queste le sfide nelle quali si sono potuti cimentare. La prima è stata promossa dalla Regione Campania e consisteva nella messa a punto di un’app rivolta ai turisti che permettesse loro di interagire con il territorio per avere tutte le informazioni necessarie per un soggiorno piacevole. C’era poi la challenge della Regione Lazio per la messa a punto di applicazioni che sfruttassero i dati presenti sul portale della regione; anche il Museo di Capodimonte ha proposto la sua sfida per la creazione di uno strumento capace di migliorare l’esperienza di visita alla struttura. Soresa (Società Regionale per la Sanità) ha proposto l’ideazione di un sistema di intelligenza artificiale capace di dare tutta l’assistenza possibile al cittadino che necessiti di cure mediche o informazioni sanitarie. Nella challenge proposta da Asos i programmatori dovevano mettere a punto un “Virtual Wardrobe”, una funzionalità iOS o Android per consentire ai clienti di ideare il proprio guardaroba personalizzato; in quella di STMicroelectronics si è chiesto un nuovo strumento per esaltare la bellezza della città di Napoli e in quella di Cisco una modalità per migliorare la piattaforma Cisco Spark. Infine Tecno, società che opera nel settore dell’efficienza energetica, ha richiesto un’app capace di coadiuvare l’attività di car sharing. A partire dalle ore 9:00 del primo luglio, quando i partecipanti che avevano fatto in precedenza l’iscrizione si sono accreditati per l’evento, fino alle ore 16:00 del 2 luglio, quando è stato proclamato il vincitore, tutti i concorrenti si sono messi alla prova per cercare di ottemperare alle richieste dei committenti. I progetti vincitori sono stati selezionati tra quelli considerati migliori e ai partecipanti di ogni team sono andati in premio dei buoni di Amazon per il valore complessivo di 2.500 euro, eccezion fatta che per la challenge di Cisco in quanto Cisco stessa ha messo a disposizione dei riconoscimenti speciali. A conclusione dell’evento il direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Sylvain Bellenger, si è detto molto contento di aver ospitato la HackNight, convinto com’è che arte, tradizione e nuove tecnologie debbano procedere a braccetto.

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COBOL, il linguaggio di programmazione più vecchio, è orfano

Posted by on Set 11, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su COBOL, il linguaggio di programmazione più vecchio, è orfano

Il 20 maggio 2017 è venuta a mancare una persona che ha scritto un grande pezzo della storia dei linguaggi di programmazione così come li conosciamo e li utilizziamo oggi, una delle vere e proprie pioniere dell’ingegneria informatica che seppe applicarsi a questo settore quando non era che agli albori. Stiamo parlando di Jean E. Sammet. La notizia della sua morte è stata data solo qualche giorno dopo che fosse avvenuta. La Sammet si trovava ricoverata in una struttura per anziani del Massachussets non lontana dal Mount Holyoke College dove la donna aveva conseguito la laurea e in seguito aveva insegnato ingegneria informatica. La Sammet aveva 89 anni, ma non era che una giovanissima donna laureata in matematica quando si trovò ad avere a che fare con i primi computer che siano mai stati costruiti. Secondo la sua stessa ammissione non le piacevano affatto quegli aggeggi, così come non piacevano a molti matematici dell’epoca che li consideravano una sorta di violazione della scienza pura. Era il 1949: qualche anno dopo la Sammet venne chiamata a lavorare sulla programmazione delle schede perforate per l’esecuzione di calcoli e iniziò a provare piacere da quel lavoro. Cominciò a scoprire che il mondo dei computer le piaceva. Ma non solo piaceva a lei: il fatto è che ormai stavano diventando sempre più di uso comunque, soprattutto da parte del Pentagono. Fu il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, infatti, a chiedere nel 1959 la creazione di un linguaggio di programmazione comune per le applicazioni commerciali. A quei tempi la Sammet lavora per la IBM, dove rimase per oltre trent’anni, dove si era già ampiamente capito come i computer non potessero essere utili soltanto per i calcoli matematici, scopo per il quale erano stati impiegati fino a quel momento, ma che potevano avere un ampio impiego anche nel settore commerciale. Dopo aver ricevuto l’input dal Dipartimento della Difesa, alla IBM ci si mise al lavoro e fu creato il primo linguaggio di programmazione destinato a scopi commerciali, lo stesso che in larga misura viene usato anche oggi: il COBOL (Common Business Oriented Language). Ci volle un anno per metterlo a punto, ma non bastava, perché il Pentagono voleva anche che fosse standardizzato, ovvero che potesse funzionare allo stesso modo su qualunque macchina venisse installato. Così fu creato un team ad hoc, guidato da Grace Hopper, ricordata come la “mamma” di COBOL, e di cui faceva parte anche la Sammet. Ne seguì un’altra settimana di lavoro molto intenso presso lo Sherry-Netherland Hotel di Manhattan, al termine della quale COBOL fu presentato agli ingegneri del Pentagono che apportarono solo piccole e marginali modifiche e adottarono questo linguaggio di programmazione. La cosa stupefacente è che, nonostante siano passati tanti anni, COBOL non ha mai perso il suo smalto e ancora non è apparso un linguaggio di programmazione in grado di soppiantarlo. Il 70% delle transazioni commerciali che avvengono in tutto il mondo si svolgono grazie al linguaggio COBOL e l’85% delle applicazioni di tipo economico sono scritte con esso. Dunque chi ha la capacità di programmare in COBOL ha in mano una vera miniera d’oro poiché è uno dei tecnici più ricercati: riscrivere un programma scritto in COBOL, o sostituirlo, ha costi tali che è praticamente impossibile pensare di farlo. Ciò fa supporre una buona longevità per COBOL, che sopravvive anche a chi lo ha creato.

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I rudimenti del coding

Posted by on Lug 26, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su I rudimenti del coding

Al giorno d’oggi conoscere e saper usare i linguaggi di programmazione è diventato fondamentale per un giovane quasi quanto conoscere una lingua straniera. Per quanto potrebbe apparire di non immediata necessità è comunque di innegabile utilità per potere, un domani, sapersi interfacciare meglio con interlocutori diversi. D’altro canto, non ne è necessaria una conoscenza puntuale o professionale. Basta un’infarinatura, per capirne i meccanismi e per poter, in futuro e a seconda della bisogna, approfondire certi aspetti o argomenti. Non a caso anche nelle scuole italiane si sta diffondendo sempre di più l’insegnamento dei linguaggi di programmazione: uno dei massimi esperti in materia si chiama Maurizio Boscaini, che di recente ha pubblicato un libro che si intitola “Imparare a programmare con Python”. Boscaini è prima di tutto un docente, quindi il suo approccio alla materia è fortemente didattico. Collaborando con la casa editrice Apogeo aveva già pubblicato un precedente volume il cui titolo è “Imparare a programmare con Scratch”. Qual è la differenza tra questi due linguaggi di programmazione? Essa è sostanziale, come spiega lo stesso Boscaini. Scratch è un linguaggio pensato per i bambini più piccoli, potremmo definirlo le “elementari” del coding. Questo perché, in realtà, ancora non entra nel vivo del linguaggio di programmazione vero e proprio, in quanto funziona in maniera visuale e per blocchi. Dunque il suo utilizzo è fortemente intuitivo, e può anche condurre a credere erroneamente che elaborare e capire algoritmi sia molto semplice. Python è lo step successivo, le “medie” del coding perché, pur essendo molto semplice e scarno, porta alla scrittura vera e propria di un codice e quindi mette il ragazzo di fronte alla vera natura della programmazione. Secondo Boscaini è comunque Python il linguaggio di programmazione più adeguato per impartire un insegnamento didattico, questo per via di alcune sue precise caratteristiche. La prima è la concisione: Boscaini dice che nel suo libro ha inserito stringhe di codice di al massimo 85 righe, quindi davvero scarne rispetto ad altri linguaggi. Inoltre intorno a Python ruota una community di utenti e sviluppatori molto nutrita e attiva, e questo offre un notevole supporto anche a chi vi si approcci per la prima volta. Ciò non toglie che il professore individui qualche piccolo difetto anche in Python, ma niente che non possa essere superato con un po’ di buona volontà. Il nocciolo della questione forse è proprio questo. Al giorno d’oggi i ragazzi sono abituati a fruire il web, soprattutto attraverso l’uso dei loro smartphone, in modo del tutto passivo. La curiosità di scoprire cosa c’è dietro al funzionamento delle app o dei programmi che utilizzano quotidianamente è molto debole, ma in questo senso sta facendo molto il Ministero dell’Istruzione. Il Ministero sta infatti portando avanti una campagna di sensibilizzazione tra i docenti, al fine di indirizzare sempre di più l’insegnamento verso il coding e il pensiero computazionale. Secondo quanto dice Boscaini, uno studente motivato potrebbe essere in grado di apprendere tutti i “segreti” di Python in 50 ore di insegnamento, e di essere in seguito in grado di approcciare linguaggi più complessi. Lui suggerisce Kivy, Pygame e VPython, ma anche Django per apprendere la programmazione dei server. L’aspetto interessante per i ragazzi è la possibilità di creare loro stessi uno dei videogiochi che li appassionano tanto; e attraverso questo riuscire a capire un po’ di più un aspetto tanto importante del mondo in cui viviamo.

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CMS Software (IT)

Posted by on Lug 12, 2017 in CMS Software (IT) | Commenti disabilitati su CMS Software (IT)

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Accessibile

Open Source, totalmente Accessibile (sia backend che frontend), conforme ai dettami della Legge 4-2004, detta legge “Stanca”, particolarmente apprezzato dagli utenti non vedenti per la sua accessibilità a livello di amministrazione.

buattaUn CMS all inclusive, che permette la pubblicazione di un sito internet in maniera semplice, veloce, e senza richiedere le conoscenze tecniche necessarie per gestire prodotti simili.

Non necessita di database e contiene gli strumenti classici di un sistema di gestione contenuti web, (pubblicazione notizie e commenti, forum, guestbook, Wiki, galleria immagini, gestore Links, messaggistica).

immagine open sourceOpen source

ITcms è un software con codice sorgente aperto, gli utenti hanno la libertà di: eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il programma.

Tale Licenza è applicabile al software distribuito a partire dalla comunità open source di ITcms. Non è valida per le versioni che ITcms mette a disposizione della clientela che si avvale dei servizi a pagamento di ITcms.

 


E-Government

Con il termine “E-government” si intendeil processo di informatizzazione ad opera delle pubbliche amministrazioni che, sfruttando sistemi digitali, gestiscono la comunicazione tra se ed il cittadino, le aziende e la politica.

ITcms mette a disposizione della Pubblica Amministrazione il suo background tecnologico, proponendo soluzioni per lo sviluppo dell’innovazione, migliorando qualitativamente il livello dei servizi erogati. Proponendo ai cittadini una partecipazione attiva, attraverso il loro coinvolgimento nell’azione amministrativa.

 

I nostri servizi

Il nostro personale è altamente specializzato, con conoscenze ed esperienze che spaziano dal semplice codice di markup html alla programmazione in php, alla grafica applicata al web, alle conoscenze multimediali del web 2.0. Alla base della nostra formazione c’è una approfondita conoscenza delle specifiche dell’accessibilità e dell’usabilità, in relazione alla progettazione “for all”.

Il nostro background, e l’attività nel campo delle ICT svolta finora, ci permettono di progettare e gestire corsi e-learning di formazione mirati all’apprendimento dell’uso del CMS, della redazione dei contenuti del portale, sull’accessibilità.  Ciò è tanto più vero se si guarda al nostro prodotto “ITcms”, che viene largamente utilizzato nel web sia da siti istituzionali che privati con estrema soddisfazione di tutti.

iTCms mette a disposizione delle pubbliche amministrazioni le sue specifiche competenze per la realizzazione di portali, e siti internet accessibili secondo la normativa vigente, offrendo diverse tipologie di servizi. Tutti i servizi sono relativi al nostro cms accessibile ed usabile, per il quale possiamo creare apposite funzionalità. Puoi trovare un esempio del nostro CMS sviluppato ad hoc e con moduli di gioco online per il sito di slot machine richslots.

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