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Impegnata a persone, impegnarsi per il futuro!

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Women who code Tokyo

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Women who code Tokyo

Il mondo dall’informatica, e in particolar modo quello della programmazione, è da sempre considerato di esclusivo appannaggio maschile. Ma attualmente le cose stanno decisamente cambiando, un po’ per amore e un po’ per forza. Prendiamo ad esempio uno dei Paesi in cui la digitalizzazione si può considerare tra le più evolute, il Giappone. In Giappone l’industria legata al settore tech è molto avanzata e si prevede che in futuro conoscerà sviluppi sempre maggiori, ma presenta delle problematiche che devono essere sciolte in tempi brevi, e che non presentano tantissime possibili soluzioni, ma solo un ristretto numero. Si tratta del problema legato alla forza lavoro. Da una parte si prevede che, nei prossimi anni, robot e intelligenze artificiali faranno diminuire in modo sensibile i posti di lavoro; al contrario, però, saranno sempre più richieste figure professionali in grado di programmare e gestire tali robot. Vale a dire, ci sarà sempre più bisogno di software engineer. Si potrebbe pensare che ciò non dovrebbe rappresentare un problema in un paese ipertecnologico come il Giappone, ma non è così, a causa di due fattori. Il primo riguarda l’emigrazione contro l’immigrazione. Sempre più “cervelli”, come diciamo spesso a riguardo dell’Italia, decidono di emigrare all’estero, in particolar modo verso l’America, al fine di reperire fondi e avere possibilità di finanziamento per progetti innovativi. Dall’altro lato, però, l’immigrazione è scarsissima, al contrario di quanto accade nei Paesi europei. Morale della favola, potrebbe esserci una vera e propria crisi di forza lavoro specializzata nel settore informatico. Impossibile trovare una soluzione? In realtà la soluzione già ci sarebbe, a patto però che avvenga una vera e propria rivoluzione culturale che porti a riconsiderare il ruolo che “l’altra metà del cielo” potrebbe avere in ambito informatico. Se, infatti, in Italia ancora esiste una discriminazione tra uomini e donne, argomento di cui non si cessa mai di parlare e che, a dispetto di quella che sembrerebbe essere una acquisita “parità del diritti”, è ancora ben lungi dall’essere realizzata, il divario abissale che esiste tra uomini e donne in Giappone è ancora ben lungi dall’essere colmato. Tanto più questo accade in un settore che, come abbiamo detto, è considerato tradizionalmente unicamente praticabile dagli uomini. Ma una piccola rivoluzione è già in atto, e si chiama “Women who code Tokyo”. “Women who code” è un’iniziativa che ha avuto origine negli USA nel 2013, e che appena un anno dopo, nel 2014, si è trapiantata anche in terra nipponica. In sostanza, si tratta di una “community” virtuale, e interamente al femminile, che si occupa solo ed esclusivamente di linguaggi di programmazione. “Women who code” è un’organizzazione no profit che attraverso la rete, con il meccanismo dei meet-up, e usando il linguaggio universale dell’informatica, vale a dire l’inglese, ha creato una vasta community di donne ingegnere che si occupano di nuove tecnologie e vogliono sviluppare le proprie competenze. Vengono organizzati forum, convegni, progetti collettivi, corsi di formazione e informazione, in modo tale che le informazioni circolino e ogni partecipante al gruppo possa diventare sempre più esperta nel suo lavoro, e sempre più una professionista specializzata e appetibile nel mercato del lavoro. Quindi le donne si stanno timidamente affacciando a questo nuovo settore di impiego, e non potranno ancora a lungo essere ignorate, soprattutto quando, come detto, si comincerà a soffrire per mancanza di forza lavoro specifica. “Potere alle donne non è uno slogan desueto: solo che adesso si applica soprattutto al mondo della programmazione informatica, dove le donne possono diventare un’importante risorsa.

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Il futuro dell’Uomo e della Macchina

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il futuro dell’Uomo e della Macchina

C’è un dilemma che assilla l’uomo contemporaneo, risvegliato solo poco tempo fa dal dialogo, svoltosi in un codice linguistico inconcepibile per gli esseri umani, sviluppatosi tra due AI (intelligenze artificiali). Accadrà un giorno, come tante volte hanno ipotizzato gli scrittori di fantascienza, che la macchina finirà per essere superiore all’uomo, che lo soppianti e finisca per prenderne il posto? Per capire quanto appassionante sia questa domanda basti pensare al fatto che ha messo a confronto due degli uomini più potenti (e ricchi) del pianeta, vale a dire il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, e il manager di Tesla, Elon Musk. Mentre il primo, in modo molto ottimista, diceva semplicemente di non essere preoccupato da un’eventuale “ascesa delle macchine”, il secondo lo ha definito “superficiale”, in quanto convinto che saranno le macchine a scatenare la terza guerra mondiale. Chi ha regione? Forse la risposta non esiste, o forse la si può trovare in una terza via: quella della compenetrazione pacifica e creativa. C’è un aspetto che si dice spesso essere prerogativa del tutto umana, ed è l’arte. Una macchina non può comporre musica come Beethoven, né dipingere come Michelangelo, o scrivere un romanzo come Tolstoj. Ma è davvero così? In molti hanno sfidato anche questa convinzione, e presto si assisterà ad una nuova sfida uomo-macchina. Per l’esattezza, il confronto avverrà il 9 dicembre a Roma, presso il Palazzo delle Esposizione, nell’ambito del Romaeuropa Festival 2017. Si terrà in quest’occasione un concerto davvero unico nel suo genere, dal titolo “Cracking Danilo Rea”. Il famoso pianista jazz, Danilo Rea, si esibirà, improvvisando, insieme ad un’intelligenza artificiale messa a punto dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma Tre. Lo scopo del concerto-esperimento è cercare di capire se semplicemente Uomo e macchina non possano collaborare, finendo per apprendere qualcosa l’uno dell’altra. Lo stesso presupposto è alla base di “Geek bagatelle”, altro atipico concerto che si è tenuto, sempre nell’ambito del Romaeuropa Festival 217, il 13 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica. Qui la sperimentazione è stata ancora più estrema. L’Orchestra Sinfonica Abruzzese, diretta da Gabriele Bonolis, ha suonato brani del compositore francese Bernard Cavanna, insieme ai ragazzi del Liceo Teresa Gullace Talotta di Roma, condotti da Pierre Bassery. Nel frattempo il pubblico in sala ha potuto intervenire nel concerto tramite un’app realizzata a questo scopo, installata sul proprio smartphone. Pierre Bassery, autore e ideatore della curiosa iniziativa, ha spiegato di aver voluto in questo modo dimostrare che le barriere non esistono che nella nostra testa. Mettere giù la questione uomo-macchina come un “aut aut” dove non sembra esserci alternativa al predominio dell’uno sull’altra, o viceversa, secondo lui è anacronistica. Ha detto di ritenere che la maggior parte del lavoro vada svolta sui giovani che, sempre a suo parere, dovrebbero essere educati all’apprendimento dei linguaggi di programmazione fin dalla più tenera età. Imparando a capire le macchine, a condividerne il modo di esprimersi, i ragazzi di oggi potrebbero diventare gli uomini del futuro capaci di creare un mondo nuovo, dove ci sia integrazione perfino tra l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale. Si tratta di una lettura completamente nuova del problema, e molto intrigante, che si basa sull’importanza di conoscere fino in fondo le cose che noi stesso abbiamo creato, un po’ come quando l’allievo diventa il maestro, e viceversa. A tale scopo padroneggiare fino in fondo le conoscenze informatiche diventa basilare per costruire un futuro di pace e benessere.

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Il programmatore e i linguaggi di programmazione

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Il programmatore e i linguaggi di programmazione

Stai cercando lavoro e ti stai chiedendo quali potrebbero essere le professioni maggiormente richieste nel futuro? Se butti un occhio in ambito informatico capirai subito che è di certo questo il settore che al momento richiede maggiore forza lavoro, e soprattutto che è disposta a ben pagare anche con contratti a tempo indeterminato, una vera chimera di questi tempi. Secondo un rapporto stilato da Unioncamere, infatti, emerge la necessità da parte delle aziende di trovare dei bravi programmatori informatici, figure che sono ancora abbastanza rare e per le quali si prevede proprio un contratto di collaborazione senza scadenza. Quindi il percorso per diventare programmatore informatico è di certo consigliabile a tutti quei giovani che abbiano già una propensione per il settore e soprattutto vogliano impiegare le proprie energie in una direzione che presenta tante possibilità nel futuro. Ma come si diventa programmatore informatico, e soprattutto, cosa fa un programmatore informatico? Cominciamo con il rispondere a questa seconda domanda. Il programmatore è colui che “scrive” i software, di ogni genere, dalle app per i telefonini ai sistemi di gestione aziendale. Un software è composto da un insieme di regole che permettono poi all’utente finale di svolgere una serie di azioni utili. Il programmatore è colui che stila queste regole rendendo il software capace di funzionare per le finalità richieste. Ovviamente quindi la base per poter pensare di fare questo mestiere sta nell’apprendimento di tali linguaggi di programmazione. Un primo step per iniziare dovrebbe essere dunque la scelta del linguaggio di programmazione sul quale specializzarsi, o quanto meno dal quale cominciare a studiare, perché quasi certamente nel corso della propria carriera se ne imparerà più di uno. Per iniziare, però, è consigliabile apprenderne uno soltanto. I principali linguaggi di programmazione sono: Java, Xcode, C++, Python o HTML5. Ognuno di questi linguaggi serve per creare un prodotto finale diverso, quindi bisogna ponderare con attenzione la scelta iniziale. Un buon aiuto viene da TIOBE, compagnia che si preoccupa ogni mese di stilare una classifica dei linguaggi di programmazione più usati al momento. Questo consente di avere una idea approssimativa ma piuttosto realistica di quale potrebbe essere il linguaggio sul quale conviene di più investire, in termini di possibilità future. In questo momento quello che sembra avere una netta ascesa è Python. Fatto questo, è bene mettersi a studiare. La maggior parte dei programmatori ha iniziato da autodidatta, ma una buona formazione di base non può che essere di aiuto. Si può studiare da perito informatico, o seguire un corso di laurea su queste materie. Oppure contemporaneamente, o in seguito, come perfezionamento, si possono seguire i corsi on line e dei corsi frontali, che sono comunque sempre più efficaci perché consentono di confrontarsi immediatamente con il docente. I corsi on line sono invece utili perché di solito permettono di sviluppare un progetto e poi di metterlo in rete per essere valutato dalla community. In questo modo si ha la possibilità di mettere subito in pratica quanto appreso in via teorica e di verificare l’effettivo funzionamento del software creato. Ci vuole tanta gavetta, perché fare pratica è il modo migliore per diventare davvero bravi in questo mestiere. Infine si può cercare la propria strada per entrare nel mondo del lavoro: si può proporre il proprio curriculum alle aziende, o si può decidere la strada della libera professione lavorando come freelance, anche in collaborazione con altri programmatori.

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Insegnare i linguaggi di programmazione: dalle elementari all’università

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Insegnare i linguaggi di programmazione: dalle elementari all’università

Steve Jobs diceva che secondo lui tutti dovrebbero imparare ad usare i linguaggi di programmazione, perché saper usare un linguaggio di programmazione insegna a pensare. Sembra che in effetti le sue parole siano diventate profetiche, come è accaduto anche per altre sue affermazioni, e che ci stiamo ormai dirigendo verso una società in cui la conoscenza dei linguaggi di programmazione non sarà più appannaggio solo degli esperti del settore ma diventerà di dominio pubblico. Saper programmare significa saper pensare e sviluppare una mente analitica; inoltre molti pensano che il nuovo “inglese”, il nuovo vero linguaggio universale, sia proprio quello informatico. Questo è il motivo per il quale si stanno mettendo a punto molti strumenti didattici per i più piccoli per permettere loro di familiarizzare con codici e linguaggi fin dalla più tenera età, in modo tale che le loro giovani e malleabili menti imparino fin da subito a “ragionare” secondo certi codici. Di certo questo rappresenterà un enorme vantaggio per loro nel momento in cui si dovranno affacciare nel mondo del lavoro, come dimostra il fatto che il “coding” comincia a diventare obbligatorio in alcune università. Ad esempio, alla Bocconi di Milano si è decisa l’istituzione di un insegnamento dei linguaggi di programmazione per tutte le matricole dei corsi triennali; inoltre saranno organizzati anche corsi extra curricolari per tutti coloro che vogliano comunque avere un’infarinatura della materia. Questo serve a recuperare un gap notevole che la popolazione italiana ha nei confronti di altre nazioni europee e mondiali: da noi l’alfabetizzazione informatica è ancora piuttosto indietro e si cerca quindi di recuperare il terreno perduto. Ma, come dicevamo, il vero terreno fertile sono i bambini, i quali sono quelli che assorbono più facilmente conoscenze nuove e che soprattutto sono fortemente incuriositi dal mondo delle nuove tecnologie che, oltretutto, rappresentano il loro futuro. Sono già stai messi a punto numerosi strumenti didattici, in attesa che il coding diventi materia di studio anche nelle scuole di ordine inferiore: uno degli ultimi oggetti di apprendimento che è stato realizzato e messo in commercio avrà di certo un grande successo perché unisce efficacemente l’aspetto ludico e quello didattico. Si tratta infatti di un gioco pubblicato dall’azienda Sphero, che vuole divertire i suoi piccoli utilizzatori aiutandoli al tempo stesso a capire l’abc dei linguaggi di programmazione. Il gioco in questione si chiama Spkr+ ed è la versione modificata e corretta di uno dei giochi di punta di Sphero, che aveva lo tesso nome dell’azienda. Spkr+ ha la forma di una palla trasparente e si basa, per i suo movimento, sugli stessi meccanismi che animano il droide ultimo arrivato nella saga di Star Wars, BB-8. Spkr+ può essere indirizzato nei suoi movimenti tramite un’app che permette di realizzare dei piccoli software che fanno fare al robottino tutto ciò che il suo programmatore desidera. Considerando che il droide è anfibio, ovvero può anche andare in acqua, le possibilità sono davvero illimitate. Uno dei “giochi didattici” base che si possono fare con Spkr+ consiste nel creare un labirinto con delle strisce numerate incluse nella confezione. Il bambino deve quindi programmare il software in modo che il robottino possa muoversi entro quelle strisce senza oltrepassare le delimitazioni. Il tutto è disponibile anche in lingua italiana; la barra di controllo che serve per realizzare il programma è molto facile ed intuitiva da usare. Spkr+ è un gioco adatto a bambini dagli 8 anni in su che però abbiano già un minimo di conoscenze informatiche, perché, specie all’inizio, da alcune cose per scontate.

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Hashtag: la storia di un simbolo divenuto popolarissimo

Posted by on Nov 14, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Hashtag: la storia di un simbolo divenuto popolarissimo

Oggi tutti coloro che usano i social network conoscono il significato del simbolo “#”: oggi gli hashtag sono appannaggio collettivo tanto da essere usciti dal mondo del web per imperversare anche nel mondo della politica (chi dimenticherà mai il popolare hashtag di Matteo Renzi rivolto all’amico Enrico Letta #staisereno e poi diventato un tormentone?). Ma, come spesso accade per tutto ciò che ruota attorno al mondo dell’informatica, ciò che a noi appare un dato di fatto, qualcosa di ormai sdoganato e consolidato, in realtà esiste solo da un tempo piuttosto breve e forse all’inizio si pensava che non avrebbe poi avuto un grande successo. Questa è ad esempio la storia dell’hashtag #, di cui lo scorso 23 agosto è ricorso il compleanno. Il primo che pensò di usare il simbolo del cancelletto per individuare dei termini all’interno dei post sui social, riuscendo così ad indicizzare tutti i post con quel particolare termine, fu Chris Messina, sviluppatore informatico che in quanto tale conosceva bene questo semplice simboletto, ampiamente presente nei più comuni linguaggi di programmazione. Esattamente alle ore 12:25 del 23 agosto del 2007 Chris inviò questo tweet “how do you feel about using # (pound) for groups. As in #barcamp [msg]?” usando il primo hashtag della storia su Twitter, che però non raccolse la palla al balzo. Il team di Twitter, che era stato messo on line non più tardi di un anno prima da Jack Dorsey, Biz Stone, Noah Glass ed Evan Williams, non capì le potenzialità che c’erano dietro l’intuizione di Messina, che da parte sua non aveva avuto un’illuminazione sulla via di Damasco. Da accanito utente quale era di IRC, il primo canale per le chat virtuali dove già si usavano gli hashtag, aveva capito quanto poteva essere utile riuscire ad individuare con un solo click un argomento di cui tante persone stessero “parlando” in un certo momento. Ma da Twitter gli dissero che la sua era un’idea da “nerd”, che non avrebbe mai e poi mai potuto fare presa sul grande pubblico. Sbagliato: solo pochi mesi più tardi la regione di San Diego subì una devastante serie di incendi e in quell’occasione gli utenti di Twitter, più svegli dei suoi stessi creatori, capirono a loro volta quanto poteva essere utile l’hashtag: seguire #sandiegofires era il modo più semplice e rapido per avere aggiornamenti davvero in tempo reale sullo stato delle cose. Sarebbero dovuti passare ancora due anni però che Twitter stesso desse una netta spinta in avanti all’uso degli hashtag rendendoli cliccabili. Ciò avvenne in occasione delle elezioni in Iran del 2009. Di lì a poco sarebbero stati creati anche i “Trending Topics”, vale a dire l’elenco degli hashtag più in cliccati al momento. Ci avviciniamo così rapidamente ai giorni nostri: in breve anche gli altri social network hanno intuito le potenzialità dell’uso dell’hashtag. Il primo a calcare le orme di Twitter è stato Instagram e poi è seguito a ruota Facebook; oggi usano gli hashtag anche Google +, YouTube e Pinterest. Alla fine il termine è entrato a far parte dei lemmi del dizionario di Oxford. In tutto questo, Messina, che oggi lavora per Uber, non ha mai voluto brevettare la sua idea: ha detto che non lo trovava etico, ma di certo oggi sarebbe milionario! Riguardo agli hashtag più popolari in assoluto, sembra che in cima alla lista ci sia #FF (o #FridayFeeling) che ad oggi risulta l’hashtag più usato di sempre. Tanti auguri cancelletto!

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CMS Software (IT)

Posted by on Ott 20, 2017 in CMS Software (IT) | Commenti disabilitati su CMS Software (IT)

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Accessibile

Open Source, totalmente Accessibile (sia backend che frontend), conforme ai dettami della Legge 4-2004, detta legge “Stanca”, particolarmente apprezzato dagli utenti non vedenti per la sua accessibilità a livello di amministrazione.

buattaUn CMS all inclusive, che permette la pubblicazione di un sito internet in maniera semplice, veloce, e senza richiedere le conoscenze tecniche necessarie per gestire prodotti simili.

Non necessita di database e contiene gli strumenti classici di un sistema di gestione contenuti web, (pubblicazione notizie e commenti, forum, guestbook, Wiki, galleria immagini, gestore Links, messaggistica).

immagine open sourceOpen source

ITcms è un software con codice sorgente aperto, gli utenti hanno la libertà di: eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il programma.

Tale Licenza è applicabile al software distribuito a partire dalla comunità open source di ITcms. Non è valida per le versioni che ITcms mette a disposizione della clientela che si avvale dei servizi a pagamento di ITcms.

 


E-Government

Con il termine “E-government” si intendeil processo di informatizzazione ad opera delle pubbliche amministrazioni che, sfruttando sistemi digitali, gestiscono la comunicazione tra se ed il cittadino, le aziende e la politica.

ITcms mette a disposizione della Pubblica Amministrazione il suo background tecnologico, proponendo soluzioni per lo sviluppo dell’innovazione, migliorando qualitativamente il livello dei servizi erogati. Proponendo ai cittadini una partecipazione attiva, attraverso il loro coinvolgimento nell’azione amministrativa.

 

I nostri servizi

Il nostro personale è altamente specializzato, con conoscenze ed esperienze che spaziano dal semplice codice di markup html alla programmazione in php, alla grafica applicata al web, alle conoscenze multimediali del web 2.0. Alla base della nostra formazione c’è una approfondita conoscenza delle specifiche dell’accessibilità e dell’usabilità, in relazione alla progettazione “for all”.

Il nostro background, e l’attività nel campo delle ICT svolta finora, ci permettono di progettare e gestire corsi e-learning di formazione mirati all’apprendimento dell’uso del CMS, della redazione dei contenuti del portale, sull’accessibilità.  Ciò è tanto più vero se si guarda al nostro prodotto “ITcms”, che viene largamente utilizzato nel web sia da siti istituzionali che privati con estrema soddisfazione di tutti.

iTCms mette a disposizione delle pubbliche amministrazioni le sue specifiche competenze per la realizzazione di portali, e siti internet accessibili secondo la normativa vigente, offrendo diverse tipologie di servizi. Tutti i servizi sono relativi al nostro cms accessibile ed usabile, per il quale possiamo creare apposite funzionalità. Puoi trovare un esempio del nostro CMS sviluppato ad hoc e con moduli di gioco online per il sito di slot machine richslots.

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Possono le intelligenze artificiali comunicare tra di loro?

Posted by on Ott 19, 2017 in Uncategorized | Commenti disabilitati su Possono le intelligenze artificiali comunicare tra di loro?

La fantascienza, sia quella letteraria che cinematografica, ha molto spesso ipotizzato un futuro distopico in cui le cosiddette “AI”, le intelligenze artificiali, potrebbero diventare in grado di surclassare l’uomo, di organizzarsi tra di loro e quindi di causare la fine, o la sottomissione, del genere umano. Uno degli esempi più celebri è il computer HAL 9000 che compare nel film di Stanley Kubrick “2001 Odissea nello spazio” (1968). HAL, che dovrebbe essere soltanto un computer di bordo capace però di funzionalità avanzate, ad un certo punto acquisisce consapevolezza di sé prendendo decisione autonome e senza rispondere più ai comandi dell’equipaggio, uccidendone i componenti uno dopo l’altro. Questa, come dicevamo, non è che fantascienza partorita dall’immaginario umano; ma la grande evoluzione tecnologica a cui siamo andati incontro negli ultimi anni ci fa spesso interrogare su quanto certe remote paure potrebbero presto diventare reali. Questo è il motivo per cui di recente ha fatto molto scalpore un episodio avvenuto durante un esperimento condotto dagli sviluppatori di Facebook, il popolare social network. Tale esperimento aveva come scopo la creazione di intelligenze artificiali in grado di comunicare tra di loro facendo dei semplici calcoli di divisione. Si trattava più nello specifico di due “bot”: così sono chiamate le macchine programmate per parlare come gli esseri umani e dare l’illusione, a chi si trovi a conversare con loro, di stare chiacchierando con una persona in carne ed ossa. Questi bot sono utili in molte applicazioni informatiche e sviluppano un linguaggio in tutto simile al nostro poiché copiano i dati che vengono immessi al loro interno; non sono però capaci di formulare un pensiero originale. Viceversa la due AI create dagli sviluppatori di Facebook, che comunicavano tra di loro in lingua inglese, ad un certo punto hanno cominciato ad esprimersi in un modo completamente nuovo. Mettevano insieme le parole dando vita a frasi senza senso per gli esseri umani, ma evidentemente di senso compiuto per loro due, come se avessero creato lì per lì un nuovo codice con il quale poter comunicare tra di loro senza essere capite dagli altri. Questo ha creato un certo allarmismo e ha dato vita a numerosi titoli roboanti sui giornali, ma è opportuno ridimensionare tutta la questione. I due bot hanno iniziato a sviluppare questo “linguaggio” proprio, così hanno spiegato l’accaduto i tecnici che vi stavano lavorando sopra, perché non era stato loro imposto l’uso della lingua inglese. Poiché usavano quel linguaggio, ma non avevano come vincolo quello di utilizzarne grammatica e sintassi, ad un certo punto le due AI hanno trovato una “scorciatoia”, ovvero un modo più conciso ed efficace di comunicare. Questa è infatti la più grande prerogativa dei bot, ovvero possono imparare gli uni dagli altri mentre svolgono il compito che gli è stato affidato dall’uomo. Quindi non si può parlare, come qualcuno ha fatto, di una “rivolta delle macchine”: semplicemente questi due programmi hanno trovato un modo più efficace di raggiungere l’obiettivo che era stato loro prefissato, e non è neppure la prima volta che questo accade, a quanto pare. Qualcuno ha quindi ipotizzato che sarebbe il caso di lasciare che le AI creino questo loro “linguaggio”: sarebbe possibile rendere più facile l’interazione tra i dispositivi smart di cui oggi abbiano la possibilità di avvalerci. Ma ci si chiede ancora: e quali potrebbero essere gli sviluppi futuri di una simile libertà? Soprattutto, che conseguenze potrebbe portare permettere alle macchine di creare una lingua che l’uomo non è in grado di comprendere?

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